I fiori nei ristoranti

“Nessuno vede un fiore – in realtà – è così piccolo. Ci vuole tempo per vedere e non abbiamo il tempo”.
La pittrice americana Georgia O’Keeffe (1887-1986) è spesso ricordata per questa osservazione e le sue tele sono prova certa che lei ha visto molto di più della maggior parte di noi in un singolo bocciolo. Sono parole che creano un certo disagio perché siamo tutti consapevoli di quell’orgoglio segreto che proviamo quando riusciamo a fare tre cose simultaneamente, quando ci accorgiamo che il multitasking è diventato un riflesso (e non solo al lavoro). Ho pensato alle sue parole qualche giorno fa intanto che osservavo una donna controllare la sua posta elettronica sul telefonino mentre faceva la spesa al supermercato mentre parlava con la sua bambina. Mi è capitato di rivederla alla cassa intanto che buttava nel carrello uno di quei bouquet preconfezionate di fiori molto colorati che non trovano nessun riscontro nel mondo naturale. Mi sono spesso domandata se il colore maschera l’agonia perché più delle volte quei fiori sono più morti che vivi. Mi sono anche domandata, “Chi compra queste cose”? Tutto questo perché ovviamente io non sono per niente un buon multitasker e passo il tempo in coda al supermercato a spiare i carrelli degli altri e immaginare le loro vite in base a quello che comprano. Sono un’ incurabile osservatrice. E’ più forte di me, costruisco narrative.
L’atteggiamento che le persone mostrano verso i fiori è sempre rivelatore e non solo in termini di relazioni interpersonali. Noto sempre i fiori nei ristoranti perché sono una specie di anteprima dell’esperienza che verrà. Ci sono quelli perfetti, spesso esotici, intonati all’ambiente e esposti con grande gusto. Gridano “Ci pensa il fiorista” e mi fa capire che c’è in opera una specie di outsourcing per certe questioni estetiche. E’ il presagio di un’esperienza altamente coreografica, controllata. Ci sono i fiori obbligatori, presenti solo perché è una consuetudine mettere i fiori sui tavoli. Economici e anonimi, sono l’equivalente di un impermeabile in plastica. Ci sono scelte troppo creative, fatte per colpire, ma non sempre con un esito positivo (c’è qualcosa vagamente inquietante nel mangiare in presenza di un cactus). Ci sono fiori riciclati da matrimoni (difficilmente descrivibili, ma lo sai) e fiori non curati che ti fanno riflettere sulle date di scadenza dei prodotti in cucina. Ci sono tutt’ora, fiori artificiale, ovvero l’innominabile.
Ci sono fiori che fanno capire che dietro la loro scelta c’è qualcuno con un giardino, qualcuno con uno spiccato senso cromatico, qualcuno in contatto diretto con il mondo naturale, il mutarsi delle stagioni, le coltivazioni sostenibili, la vita delle api. Sono i fiori che mi fanno pensare che quello che troverò nel piatto sarà intrigante e più delle volte è così.
Fiori. Oltre 200 modi di disporre i fiori in casa vostra.
WOODHAMS, Stephen.
Italiano
(14 x 17) Copertina edit. 304 pp. 300 foto a colori.
Mango
Lodi, 2005
€ 14,95 scontato euro 10,47
Pieno di idee semplici, ispirazioni d’autore e anche informazioni pratiche, questo piccolo ed irresistibile libro è un must per coloro che amano abbellire la propria casa con i fiori. Organizzati per colore, i suoi cinque capitoli, stupendamente illustrati, mostrano fiori, fogliame e steli in rossi intensi, gialli tenui, bianchi eterei, blu celestiali e verdi rilassanti, oltre a composizioni che spaziano dal semplice allo spettacolare. Di grande impatto visivo e molto pratico, il libro dimostra come i fiori esaltano una ampia gamma di stili, dal formale all’informale, dal contemporaneo al tradizionale. Stephen Woodhams è noto come uno dei fioristi più geniali e innovativi. Il suo lavoro è ampiamente documentato nelle principali riviste di arredamento e di lifestyle di tutto il mondo.
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mi piace l’osservazione che fai e come sai renderla,
sì la finzione e il finto in tutte le sue forme e salse ci assediano al fine di ottunderci eppure ci sono sempre occhi che sanno cogliere e sentimenti che vogliono sbocciare,
l’aforisma di Georgia O’ keeffe è uno spunto ma non giustifica niente e forse era per lei l’alibi di fare fiori giganteschi che invero erano metafora su vari altri piani, penso al suo mega papaverone che tanto mi colpì e mi piacque quando lo vidi..è che l’artista si concede e si può concedere cose per lo più negate agli altri (ecco ora il mio alibi!) e pollock e rotko possono fare campiture immense e colorare l’infinito ma noi come farlo nei nostri ridotti spazi? allora mi sovviene il tocco minimo della bellezza, la citazione di un piccolo mazzolino di campo che porta impresso il segno dello spazio e un semplice papavero è per me il fiore più bello più semplice e più esoterico in assoluto!
a te ogigia un gentile saluto!