via Padova a Milano

Via Padova, oggi dipinta come un ghetto violento, (non so se avete presente la cronaca di questo ultimo periodo milanese con disordini e un morto) è stata per anni una periferia bella di Milano. Anzi, il laboratorio di una periferia bella e allegra, il vanto della Milano riformista, quando si poteva essere socialisti. In via Padova erano tutti socialisti e comunisti, anche i bottegai e perfino i preti. Preti operai, come la maggior parte degli abitanti, e socialisti. Quelli dell’oratorio San Giovanni, gli altri dell’istituto Don Calabria, vicino al Parco Lambro. Ora ne è rimasto uno, don Virginio Colmegna, che sta proprio in fondo ai quattro chilometri della via, prima dei canali, ed è il sindaco dei poveri. Insomma, il vero sindaco.
È grazie a lui che non scoppia una rivolta di immigrati ogni settimana. A via Padova c’era il più bel parco per l’infanzia di Milano, il Trotter, dove ora si divertono soltanto i topi. C’erano le associazioni, l’Anpi, Legambiente, l’Arci, i sindacati, circoli, biblioteche. Qui era nata Radio Popolare, in via Pasteur, e uno dei primi centri sociali d’Italia, il Leoncavallo, dove si facevano concerti, spettacoli, dibattiti, mica solo spinelli.
La mattina le famiglie separavano le strade. I padri andavano nelle fabbriche verso Sesto San Giovanni, la Breda, la Falck, la Marelli. I figli andavano a scuola intorno a piazzale Loreto. Ottime scuole, e il liceo Carducci, anche quello socialista da sempre, dai tempi di Mario Monicelli studente giù fino a Claudio Martelli. Quando c’era un problema a via Padova, cioè spesso (nel quartiere viveva l’equivalente della popolazione di Bologna), arrivava il sindaco a incontrare gli abitanti, così facevano Aldo Aniasi e Carlo Tognoli. Poi non s’è visto più nessuno.
La signora Letizia Moratti ha vaghe cognizioni della città di cui è sindaco, almeno oltre la cinta dei Navigli, la Galleria, via Montenapoleone, e non si sogna di parlare con cittadini di periferia. Oggi via Padova è una Babele di cinquanta nazionalità, compresi gli azeri. La gente per la strada e sul 56, l’autobus che la percorre tutta, ha la faccia di un’incazzatura perenne sono emigrati altrove. Ai ricchi scemi che governano la città non importa nulla di questo mondo, sono contenti di aver confinato gli immigrati in poche aree periferiche. Progettano quartieri blindati per soli milionari dove ci vorrà il tesserino per accedere, anche per la servitù. Pensano all’Expo del 2015. Il Grande Evento. Un bel funeralone per la Milano che non ha futuro, affidato al racket dei caro estinto. (C. Maltese)
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