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Il cibo naturale che non ha bisogno di marketing

Quello che noi consumiamo oggi non è più cibo. E come mangiamo - alla guida dell’auto, guardando la
televisione e la maggior parte delle volte da soli - non è più mangiare. L’industria alimentare, coadiuvata dalla ricerca scientifica e dalle strategie di marketing, ci lascia sedotti da mille voglie, ma disorientati, privi di una bussola che ci aiuti a non perderci tra gli scaffali di supermercati giganti, tra un’infinità di prodotti e un’abbondanza di porzioni e packaging da capogiro. Le ultime frontiere della nutrizione
riempiono le rubriche dei giornali e le fasce orarie televisive, le direttive nazionali si susseguono a ripetizione, ma tra una piramide alimentare e l’altra, l’informazione sembra andare di pari passo con il sovrappeso. È questo l’ultimo “paradosso americano”: più ci si occupa delle teorie alimentari, più ci si ammala. Perché i principi - errati - di base, restano gli stessi: cibi trattati, molta carne e zuccheri, pasti veloci. Dietro al bancone degli imputati troviamo la Western Diet. Il regime alimentare occidentale a base di carne (zeppa di antibiotici), di carboidrati (sovraccaricati di zuccheri) e di latticini (idem come gli altri). Come uscirne e conservarsi la salute? Il mio consiglio si scompone in tre
momenti: mangia cibo vero, non troppo, soprattutto piante. Semplice. Ma, direte voi, se il cibo si è dissolto e ci siamo assuefatti a una sua versione fasulla, come facciamo a recuperare quello autentico, a riconoscerlo e a riapprezzarne il gusto? Effettivamente non è così facile. Il falso cibo, chiamiamolo così, è costruito con una tale abilità da sedurre la maggioranza dei consumatori. I supermercati sono zeppi di sostanze che “simulano” il cibo. Spesso sulla confezione compaiono frasi che elogiano i vantaggi per la salute e la genuinità del prodotto. Questo mi sembra il sintomo che indica che non si tratta di vero cibo. Il cibo naturale non ha bisogno di marketing. Prendiamo ad esempio lo yogurt. È un alimento molto
semplice, non è vero? E allora perché sui contenitori sono elencati tutti quegli ingredienti? Che cosa sono? A cosa servono? E soprattutto che cosa vanno a sostituire? In Italia, per esempio, il parmigiano è un prodotto controllato, unico, con delle precise caratteristiche. Non puoi chiamare parmigiano un prodotto differente. Ecco, il cibo-cibo è legato a una tradizione, ed è fatto con ingredienti inconfondibili e invariati nel tempo. Purtroppo i problemi che abbiamo noi con l’agricoltura e la maniera di trattare i cibi sono diventati globali. L’Italia, come gli altri Paesi, si sta americanizzando. Mentre bisognerebbe imparare dai nostri errori per non sbagliare.
Il Fast Food è il male piantato nei piatti delle società industrializzate. Eppure qualche gratificazione, que-
sto cibo “falso” e veloce, la dà. Noi siamo spesso tentati dal cibo artificiale. Da un hamburger di McDonald’s, dalle patate fritte, dai dolci. Sono ricette che danno un immediato piacere e sono molto economiche da produrre. Un buon piatto invece si riconosce dal gusto. Purtroppo abbiamo assistito a una semplificazione progressiva del cibo. Dapprima è stato raffinato, poi conservato chimicamente, e infine inscatolato. Questo processo l’ha privato di parecchi elementi nutritivi, reinseriti in un secondo tempo in forma di vitamina B, nelle farine raffinate, vitamine e minerali nel pane e nei cereali della prima colazione. La “semplificazione” è una forma di distruzione del cibo, che, anche se in seguito viene ricomposto, non riottiene mai appieno tutti gli elementi nutritivi andati perduti nel processo di raffinazione.
Negli anni Ottanta si imposero le sostanze nutrienti, che conquistarono gradualmente il posto del cibo. Dagli scaffali dei supermercati sparirono i contenitori dai nomi familiari, come uova, burro, pane, soppiantati da diciture scientifiche: colesterolo, fibra, vitamine, grassi saturi. I presunti vantaggi erano palesi, mentre il cibo diventava obsoleto e non-scientifico, i nuovi “nutrienti” erano portatori di
salute e lunga vita. È assolutamente ridicolo: le persone hanno mangiato per secoli senza sapere che cosa sono gli antiossidanti. Spaghetti, olio e pomodoro sono buoni e sani, non abbiamo bisogno degli
scienziati per saperlo! Il problema è che siamo vittime di una specie di “inflazione”. Siccome i cibi sono depotenziati del loro autentico valore nutritivo, ne dobbiamo mangiare di più per poterci nutrire in maniera sufficiente. Il 30 per cento degli americani ha una dieta carente di vitamina C, E, A e magnesio, per via di un’alimentazione a base di cibo trattato, costruito con calorie vuote.
Di sicuro, il regime alimentare si dovrebbe adattare alla persona.
La mentalità scientifica commette l’errore di isolare le sostanze nutritive dal contesto del cibo, il cibo dalla dieta, e la dieta dallo stile di vita. Le persone non sono tutte uguali. Ci sono individui che possono nutrirsi di grassi senza guadagnare peso. Altri metabolizzano gli zuccheri con facilità. Dipende da fattori genetici, da come è fatto il nostro intestino. Una delle ragioni per le quali l’obesità è aumentata, è che, dal momento in cui agli americani sono state impartite le nuove regole che bandivano i “grassi cattivi”, sono esplosi i carboidrati e i cibi “low fat”. Incoraggiata dai precetti salutisti e dal semaforo verde acceso dai medici, la gente ha cominciato a mangiare senza controllo, prendendo alla lettera il consiglio “mangiate più cibi a basso contenuto di grassi”.
Una prima direttiva per fare shopping al supermercato è evitare la merce disposta al centro degli scaffali, per puntare invece verso quella ai lati. I cibi trattati, infatti, fanno la parte dei protagonisti. I prodotti freschi come il pesce, i formaggi, la carne, se ne stanno in disparte. Si tratta però di una strategia tutt’altro che infallibile, perché i famigerati sciroppi a base di zuccheri, derivati dal mais, si sono infiltrati anche nei latticini. Quindi la scelta deve essere più radicale: per chiudere con la dieta
occidentale bisogna evitare di frequentare i suoi templi. I supermercati, i ristoranti fast food, i negozietti di alimentari all’angolo della strada. La tattica migliore è fare la spesa nei mercati dei contadini, oppure usufruire dei servizi che dalle fattorie ti spediscono i prodotti direttamente a casa.
O meglio ancora, per chi ne ha la possibilità, coltivare gli ortaggi da soli.
Nei farmer’s market, i mercatini alimentari, non si corre il rischio di inciampare in cibi trattati, o da scaldare al microonde, oppure provenienti da Paesi lontani e quindi a rischio di deterioramento. I prodotti sono di stagione, un vantaggio per la conservazione dei valori nutritivi, e perché ci si abitua a cambiare menù.
Quanto ci possiamo fidare dei cibi biologici? Un’etichetta non è sufficiente. Io, personalmente, preferisco
non acquistare un pacco di asparagi biologici provenienti, che so, dal Cile, perché credo che il lungo viaggio abbia compromesso la qualità del prodotto. Sicuramente gli alimenti biologici hanno un contenuto di inquinanti più basso, e devastano in misura minore il territorio. Tuttavia l’industrializzazione delle produzioni bio le sta portando rapidamente nel solco di tutte le altre: in alcune delle grandi aziende del settore ho visto immense monocolture, e processi di confezionamento e conservazione che si avvalgono di sostanze tutt’altro che naturali. Al consumatore spesso resta
un costo finale più elevato e pochissima chiarezza sulla vera natura dell’alimento. Nei farmer’s market, invece, non compare la dicitura “biologico”, ma c’è una garazia di qualità, in quanto una piccola fattoria per sopravvivere ha bisogno di diversificare molto il raccolto, e non fa largo uso di pesticidi come nelle grandi monocolture. Credo che denominazione “locale” sia migliore di “biologico”. Se consideriamo che c’è anche la Coca-Cola biologica!
Non credo ci sia niente di male nel mangiare la carne. Non sono vegetariano e qualche volta me la concedo. Ma desidero che provenga da animali che si sono cibati di erba. Non pretendo che l’erba sia coltivata in maniera biologica, però. Avendo visitato molti allevamenti, ho visto con i miei occhi come vengono nutriti, e non consiglierei a nessuno di mangiare quel tipo di carne. Sono inoltre convinto della necessità di un ritorno ai tempi in cui il prezzo elevato della carne dissuadeva le famiglie dal consumarla quotidianamente. Dovrebbe infatti essere considerata di nuovo come un piatto speciale.
La dieta occidentale minaccia sistematicamente la cultura e le tradizioni culinarie. Prima dell’era alimentare moderna, ci si faceva guidare dalle culture regionali ed etniche. Bisognerebbe fare un passo
indietro, invertire il processo che ci ha portato dalla cultura del cibo al cibo scientifico. Nel mondo ci sono tradizioni alimentari interessanti che rischiano di sparire e che andrebbero preservate. Dovremmo riportare l’attenzione sulle usanze delle nostre famiglie, ripristinare il pranzo della domenica, riproporre piatti che abbiamo mangiato da bambini a casa dei nonni. In America c’è un forte dibattito su questi temi. Ancora non possiamo parlare di “rivoluzione”, ma stiamo assistendo alla nascita di un movimento molto attivo che punta al cambiamento. Per quel che mi riguarda, non mi considero un esperto quanto, piuttosto, una sorta di detective del cibo. E so che solo comprendendo e valorizzando quanto si mangia ci si può nutrire in modo sano. Probabilmente anche McDonald’s ha una storia da raccontare, ma, forse, qualcuno preferisce la mia. (F. Gentile)
Testo di Micheal Pollan docente di giornalismo all’università di Berkeley e autore del nuovo “In Defense of Food”(pubblicato negli Stati Uniti da Penguin Press).
In Italia dello stesso autore sono già stati pubblicati:
“La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante” (Il Saggiatore, 2005) costo euro 17,50. Negli ultimi diecimila anni, il genere umano ha addomesticato animali e piante “utili” nella stessa misura in cui queste specie hanno “sfruttato” i gusti e le necessità degli uomini per potersi moltiplicare. Appassionato di orticoltura e giardinaggio, Michael Pollan sceglie quattro piante domestiche “che hanno belle storie da raccontare”. Si addentra nella leggenda di un novello Dioniso americano che diffuse le mele con cui si produceva il sidro; rivisita l’austera Olanda del XVII secolo travolta da un’insana passione per i tulipani; studia il ruolo culturale delle piante psicotrope nella storia dell’umanità… Interessante l’aneddoto della sua esperienza di coltivatore diretto di marijuana.
“Il dilemma dell’onnivoro”(Adelphi, 2008) costo euro 28,00. Che cosa mangiamo, e perché? Sono domande che ci poniamo ogni giorno, convinti che per rispondere basti sfogliare la rubrica di un giornale, o ascoltare per qualche minuto l’ultimo imbonitore nutrizionista ospitato in tv. Ma se quelle domande le si guarda un po’ più da vicino, come fa Michael Pollan in questo suo documentato saggio, forse il primo sull’argomento a non prendere alcun partito, se non quello dell’ironia e del buon senso, le risposte appaiono meno scontate. Che legga insieme a noi le strepitose biografie del defunto pollo “biologico” riportate sulla confezione di petti del medesimo, o attraversi le lande grigie e fangose del Midwest, dove milioni di bovini nutriti a mais e antibiotici vivono la loro breve esistenza fra immensi stagni di liquame, Pollan arriva immancabilmente a conclusioni di volta in volta raccapriccianti o paradossali.

2 Commenti fino adesso, aggiungi il tuo.

1 Il 6 Ottobre 2008 alle 9:44 am marco ha scritto:

tutto molto bello ed ecologico ma la realtà è che il popolo terreno è numeroso e le coltivazioni, gli allevamenti, sono deviati per soddisfare la pancia di tanta gente…in era industrializzata la pecorina o la mucchetta che bruca nell’erba è per cibo di nicchia… per le grandi ristorazioni ruota al contrario

2 Il 7 Ottobre 2008 alle 1:13 pm loretta ha scritto:

Vi consiglio un altro libro davvero molto bello sull’argomento:

TOXIC
Obesità, cibo spazzatura e malattie alimentari: inchiesta sui veri colpevoli.

di William Reymond

http://www.nuovimondi.info/Article2269.html

ciao,Loretta

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