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Ca­scine Or­sine, ri­cette pre­ziose della natura

riso3

Dall’Est stanno ar­ri­vando le prime ana­tre. Le rane si pre­pa­rano al le­targo in­ver­nale. Aspet­te­ranno la pri­ma­vera se­polte nel fango. È una buona an­nata, que­sta, alle ca­scine Or­sine. Le ri­saie hanno pro­dotto 60 quin­tali di riso (se­le­zio­nato e pronto per la cot­tura) per et­taro, con­tro i 45–50 de­gli al­tri anni. I campi di soia, di erba me­dica e di pi­selli pro­teici hanno riem­pito i ma­gaz­zini: an­che quest’inverno le 200 fri­sone da latte e gli al­tri 350 bo­vini non pa­ti­ranno la fame. La na­tura, a volte, si prende la ri­vin­cita. «Ci pren­de­vano per matti — dice Aldo Pa­ra­vi­cini, agro­nomo, ti­to­lare delle Or­sine as­sieme alla ma­dre Giu­lia Ma­ria Cre­spi — quando per primi di­cemmo che bi­so­gnava col­ti­vare senza con­cimi chi­mici e di­ser­banti. Ab­biamo co­min­ciato a pro­durre il latte bio­lo­gico già nel 1976 ma alla Cen­trale del Latte di Mi­lano non vo­le­vano pren­derlo. O me­glio: lo com­pra­vano ma senza farci un prezzo spe­ciale e so­prat­tutto senza dire che era me­glio dell’altro. La gente — spie­ga­vano — è an­cora con­vinta che tutte le vac­che man­gino solo il fieno. Se par­liamo di latte bio tutti ca­pi­scono che le al­tre vac­che sono ali­men­tate con man­gimi e tutto il re­sto. Solo nel 1988 siamo riu­sciti a tro­vare un’ azienda che ha va­lo­riz­zato il no­stro latte na­tu­rale». La na­tura si ven­dica an­che. «Ab­biamo sa­puto — dice Aldo Pa­ra­vi­cini — che nel Ver­cel­lese è ar­ri­vato il bru­sone, il fungo del riso, e che al­cune aziende per­de­ranno an­che il 30 per cento del pro­dotto. Ci di­spiace, ma l’agricoltura tra­di­zio­nale sta ti­rando troppo la corda e co­min­cia a pa­garne le con­se­guenze. Da noi que­sta ma­lat­tia non ar­riva per­ché riu­sciamo ad evi­tarla con me­todi na­tu­rali». Fau­sto Gio­vi­netti, di­ret­tore dell’azienda, cerca di spie­gare. «Gli in­fe­stanti come il gia­vone, il ci­pol­lino, il riso sel­va­tico detto crodo e lo stesso fungo del bru­sone, re­stano nella ri­saia an­che dopo il rac­colto e nella pri­ma­vera suc­ces­siva si fanno vivi. Le ri­saie tra­di­zio­nali sono pe­renni — si­gni­fica che ogni anno il riso viene se­mi­nato nello stesso luogo — e gli in­fe­stanti con­ti­nuano ad ac­cu­mu­larsi. E al­lora non re­sta al­tro che au­men­tare le dosi di Bim, un fun­gi­cida. Un tempo que­sto Bim ve­niva messo una sola volta all’anno, adesso in al­cune ri­saie si usa an­che tre volte. Con con­se­guenze pe­santi per la sa­lute: man­giare il riso in­te­grale trat­tato in que­sto modo è come man­giare con tutta la buc­cia una mela trat­tata con pe­sti­cidi». Un breve viag­gio nella ca­scina — 650 et­tari nel parco del Ti­cino, per la metà a bo­sco na­tu­rale — aiuta a ca­pire i mec­ca­ni­smi di un’azienda «bio­di­na­mica», ispi­rata agli in­se­gna­menti di Ru­dolf Stei­ner. «Le no­stre ri­saie — spiega Aldo Pa­ra­vi­cini — du­rano solo due anni. Poi per un anno pian­tiamo le­gu­mi­nose, e mais nell’ anno suc­ces­sivo. Prima di tor­nare alla ri­saia — il ci­clo è di sei o sette anni — per tre anni met­tiamo il prato. In que­sto modo ab­biamo due ri­sul­tati: l’azienda pro­duce, come pre­scrive la bio­di­na­mica, al­meno il 95 per cento di ciò che viene man­giato dai no­stri ani­mali e gli in­fe­stanti ven­gono scon­fitti dalla stessa na­tura. In­vece dei di­ser­banti noi usiamo dei truc­chi. Ab­biamo scelto un riso che era or­mai scom­parso, il Rosa Mar­chetti, che per­mette una se­mina tar­diva e un rac­colto pre­coce. Se non piove, ai primi di aprile, quando gli al­tri se­mi­nano il riso, noi al­la­ghiamo la ri­saia. Gli in­fe­stanti ap­pa­iono su­bito e ap­pena sono cre­sciuti noi met­tiamo la ri­saia all’asciutto e li fac­ciamo scom­pa­rire con gli er­pici. Poi se­mi­niamo il Rosa Mar­chetti, è chiaro: vin­ciamo la bat­ta­glia per­ché dob­biamo com­bat­terla solo per due anni. Se con­ti­nuas­simo a se­mi­nare riso, vin­ce­reb­bero gli in­fe­stanti». La si­gnora Giu­lia Ma­ria Cre­spi ha scelto l’agricoltura na­tu­rale quando, nel 1968, fu col­pita da un tu­more al seno. In una cli­nica sviz­zera, a in­di­rizzo stei­ne­riano, sco­prì l’importanza di una sana ali­men­ta­zione nelle cure delle ma­lat­tie. «A in­se­gnarci il me­stiere — dice il fi­glio — sono ar­ri­vati tec­nici te­de­schi. Non fu fa­cile nem­meno ven­dere i pro­dotti na­tu­rali. Per un de­cen­nio, per il no­stro riso, se­gale, fru­mento, farro e orzo riu­sci­vamo tro­vare clienti solo in Ger­ma­nia. Quelli che ci chia­ma­vano matti forse ora hanno cam­biato idea: con il no­stro ci­clo na­tu­rale riu­sciamo ad avere una pro­du­zione quasi pari a quella spinta con la chi­mica, e il pro­dotto è sem­pre più ri­cer­cato. Nel no­stro spac­cio il riso in­te­grale — il 60 per cento della no­stra pro­du­zione — co­sta 50 cen­te­simi in più al chilo ri­spetto a quello delle ri­saie con la chi­mica. Ma chi lo con­suma trova su­bito la dif­fe­renza e so­prat­tutto sa cosa mette in corpo». L’agronomo in­vita a vi­si­tare una strana can­tina. «Le mo­stro un no­stro se­greto». Apre una grande cassa in le­gno, estrae un pu­gno di gra­nelli scuri. «Ecco, que­sto è le­tame, la cosa più pre­ziosa della ca­scina. Non ha odore per­ché viene trat­tato in un modo spe­ciale. Que­sti sono i vasi di achil­lea mil­le­fo­glie, ca­mo­milla, or­tica, ta­ras­saco, va­le­riana. Met­tiamo que­ste erbe e fiori as­sieme al le­tame — dopo averlo sta­gio­nato sotto la pa­glia — den­tro a con­te­ni­tori spe­ciali: le corna di vacca. Poi sep­pel­liamo le corna sotto terra, per sei mesi, da ot­to­bre a Pa­squa. Quest’anno né pre­pa­riamo due­mila. Stu­pito? A pri­ma­vera ba­sterà un pu­gno di que­sto com­post, “di­na­miz­zato” nell’acqua, per sti­mo­lare un et­taro di ter­reno. Den­tro ad al­tre corna met­tiamo an­che il si­lice, quarzo ma­ci­nato. Ser­virà con­tro le ma­lat­tie fun­gine. An­che l’invenzione di que­sto com­post è di Ru­dolf Stei­ner. Non so bene come si tra­sformi. Ma l’università di Na­poli, ad esem­pio, ha chie­sto di po­terlo stu­diare». Da­vanti allo spac­cio c’è chi at­tende di com­prare riso, pa­sta, for­maggi (uno è chia­mato Mon­dina) e zuc­che. Aldo Pa­ra­vi­cini è pre­oc­cu­pato. «Per fa­vore, non de­scriva quella can­tina come l’antro mi­ste­rioso di un mago. Il no­stro se­greto, in ve­rità, è uno solo: siamo riu­sciti a ri­co­struire un equi­li­brio fra terra, ve­ge­ta­zione, ani­mali e uo­mini. E al­lora la na­tura ci re­gala le sue ri­cette più pre­ziose». (J. Meletti)

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1 Il 13 marzo 2010 alle 18:46 Gabriella ha scritto:

Io e mio ma­rito siamo ri­ma­sti ve­ra­mente en­tu­sia­sti nel ve­dere la tra­smis­sione del TGR Am­biente Ita­lia del 13/​03/​2010 dove la Sg.ra Giu­lia Ma­ria Cre­spi con fer­vore spie­gava l’importanza del man­giare sano con i pro­dotti ot­te­nuti dalla agri­col­tura bio­di­na­mica ri­spet­tando i ci­cli na­tu­rali della terra, e che per ra­gioni po­li­ti­che e per in­te­ressi delle mul­ti­na­zio­nali viene boi­cot­tata. Vi chie­diamo per fa­vore dove è pos­si­bile ac­qui­stare i vo­stri pro­dotti? Noi vi­viamo a Roma. Di­stinti saluti

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