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ogigia

L’anima di Pantelleria

E’ una sera di tarda estate, a Pantelleria. I profumi dell’isola sono intensi, ogni volta che il tramonto scende sulla campagna. Il signor Nunzio, un’ottantina di anni portati con l’eleganza dell’uomo che ama e conosce la sua terra, vive a Scauri, uno dei piccoli centri dell’isola. E’ lui a portarmi appena fuori dal paese, a visitare la cantina della “signora”, come la chiama lui: appartiene a Carole Bouquet, che da quando ha scoperto la selvaggia Pantelleria (lei signorina bene del Marais, educata in un istituto religioso, scoperta da Buñuel che la volle ne «L’oscuro oggetto del desiderio») ci ha lasciato il cuore, tanto da acquistare i terreni abbandonati dai contadini, liberarli da rovi vecchi di vent’anni e coltivarla per produrre “Sangue d’oro”, il suo Passito Doc.
La cantina è piccola (la portata è di 14mila bottiglie l’anno) molto ben tenuta, con sei silos di acciaio tenuti a temperatura costante, e sul tavolo in bella vista il premio Luigi Veronelli vinto dall’attrice a giugno per il miglior vino italiano prodotto da uno straniero.
Poi il signor Nunzio mi porta con la sua Panda bianca su per le stradine nell’entroterra di Scauri, fra colline verdisssime da dove il mare non si vede più. E’ lì che Carole Bouquet ha costruito il suo dammuso. Mi accoglie vestita di un caftano bianco e blu e babbucce di velluto arancione, mentre è al telefono con il falegname che deve ristrutturare una piccola costruzione vicina, che diventerà la casa di uno dei suoi figli. «Mi scusi, sono presissima. Si accomodi» e mi fa strada in casa passando dalla cucina, design bianco e nero dove spicca un treccia di aglio, cipolle e pomodorini.
Chiude la telefonata, sceglie un’aria di Maria Callas per sottofondo e mi conduce nel salottino all’aperto sul retro, sotto l’ombra di un grande albero di fico, su superdivani arancioni e comodissimi. Ogni tanto, mentre parliamo, lancia uno sguardo alla sue terre, punteggiate da viti bassissime e da ulivi: «Vede, io adoro il mare, ma di Pantelleria amo soprattutto la terra. Posso stare qui per ore a guardare i campi. Ho comprato i primi due ettari perché mi piaceva questa zona, l’idea di fare il vino è venuta dopo, suggerita da alcuni amici. Ora ho circa 12 ettari, comprati da 60 persone diverse negli anni, fra cui Nunzio, il mio alter ego». Proprio Nunzio mi ha spiegato che qui il vino si fa in ginocchio, senza trattori e macchine varie. Un lavoro durissimo, troppo per i giovani, ed è per questo che rispetto a trent’anni fa la produzione di passito si è ridotta di un terzo. «E poi nel mio caso c’era anche un problema di mentalità. Una donna, un’attrice, che si mette a fare il vino. Ma quando mai? dicevano qui. Per questo all’inizio vendevo l’uva che producevo. Poi mi sono appoggiata a una cantina per fare il mio vino, però non mi piaceva. Quindi mi sono messa a farlo io. Ho contattato l’enologo Donato Lanati e sono andata fino ad Alessandria, nel suo castello-laboratorio. Alcuni mi dicevano che non avrebbe mai accettato di fare il vino a Pantelleria. E invece…».
E il nome, “Sangue d’oro”, che ricorda una poesia di Baudelaire? «No, niente poeti francesi. E’ ispirato a Pantelleria, una terra speciale: sembra dura, austera, ma sa produrre un vino di una dolcezza, di una sensualità, di una voluttuosità incredibile. Questo vino è il suo sangue, il sangue dei contadini che soffrono per produrlo. E poi il passito si beve anche con gli occhi, incantati dal suo colore d’oro». Il vino effettivamente è incantevole, con magnifici riflessi ambrati e profumi di frutta gialla, fiori d’arancio, cannella. Ma Carole Bouquet dice semplicemente «è un vino che mi piace. Tutti i vini buoni fondono l’identità della terra e della persona che li produce. E ne faccio in quantità limitata perché solo così riesco a mantenere la qualità che voglio».
Lo sguardo si sposta sul grande tavolo di legno vicino, capace di accogliere una trentina di persone. Allora Pantelleria non è solo un buen retiro dalle fatiche del set…«No, figuriamoci, io dopo un po’ che sono qui sento il bisogno della gente, della città. Mentre stavo girando “Nordeste” in Argentina, eravamo in pochi in mezzo alla giungla e mi sentivo soffocare! Quando sono qui non sono in vacanza, perché curo la cantina, la comunicazione del vino, e in più faccio da guida ai miei amici. Praticamente mi riposo solo quando recito. Una vacanza anche molto ben pagata!». Da gennaio tornerà sul set, e poi a teatro («anche perché qui se no chi la manda avanti la baracca?»). Ma adesso c’è tempo per il vino e per la terra. “La signora” lo sa, si alza, va sotto il grande fico e sorride mentre il maestrale fresco scuote i pampini. (C. Beghelli)

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