I volti del caffè
Una galleria a cielo aperto di fotografie dal libro “Coffee Roots” racconta storia e leggende del chicco che ispira il costume, l’ozio, la religione e persino gli addii di intere comunità. In mostra in piazza San Carlo le immagini d’autore di un viaggio ideato da Lavazza e Chef Kumalè tra i profumi, i riti e i colori della bevanda arabica.
La strada del caffè arriva a Torino. Sino al 31 luglio, il “salotto” di piazza San Carlo ospiterà l´esposizione a cielo aperto di immagini tratte dal volume Coffee Roots, pubblicato per le edizioni Gribaudo. Il volume, che racconta con parole e immagini la storia e le leggende del caffè, si raccoglie attorno alle testimonianze di un viaggio attraverso dieci paesi, dall’Etiopia all’Indonesia, dalla Tunisia allo Yemen, dal Senegal alla Giordania ed è il frutto di un più ampio progetto culturale, ideato dalla Lavazza e curato da Vittorio Castellani, in arte e in cucina Chef Kumalè. Sono immagini di un viaggio alle radici della pianta del caffè e poi lungo i rami della tradizione, dei profumi e dei tepori della bevanda. Nera, amara. Come la morte.
Fabrizio Esposito, fotografo napoletano trapiantato a Torino che, insieme con Guia Besana e Andrea Germani e col video reporter Andrea Bessone (dall’esperienza, infatti, sono nati anche alcuni documentari in onda sul canale National Geographic), ha ritratto gli uomini, gli animali e i luoghi del caffè, ricorda come in molti paesi, nel mondo islamico, il caffè sia associato a liturgie. Spesso funebri. «In Indonesia, a Giava, ho assistito a un accorato rito funebre, in cui l’imam assieme a incensi e fiori aveva deposto sulla pietra tombale anche un vassoio con una tazza di caffè. È stato un momento molto suggestivo del nostro viaggio fotografico». Per dovere di cronaca, registriamo anche il fatto che la troupe, nella concitazione delle riprese e delle fotografie, abbia inavvertitamente urtato il vassoio e rovesciato il caffè… «In effetti, è stato anche uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita» confessa il fotografo.
Ma la traccia funebre del caffè si muove con la bevanda. Così, le immagini della mostra, oltre alla liturgia indonesiana dell´imam, raccontano anche di riti funebri egiziani in cui il caffè è offerto non solo a chi non c’è più, ma anche a chi rimane. Caffè, chissà perché? Forse per il tepore consolatorio, per il colore atro o per le caratteristiche nutrizionali rinfrancanti. O forse perché è facile leggere nei fondi, rovesciati sul piattino, gli indizi di un futuro o di una nuova vita. Almeno, così sembra in molti bar egiziani «dove - riporta sempre Fabrizio Esposito - le donne dimostrano di intuire una logica nel tracciato della polvere e delle gocce».
Ma si diceva delle virtù rinfrancanti. In effetti, dal Senegal allo Yemen, si narra in forme diverse della medesima leggenda sull´origine della scoperta del caffè: il tratto comune è la storia del pastorello Kaldi, il quale su un altopiano etiope vide alcune stanche caprette nutrirsi di bacche ignote e, immediatamente dopo, riprendere volenterose il cammino impervio. Raccontò la vicenda ai saggi del villaggio, i quali assaggiarono le bacche e scoprirono il caffè.
Eppure, ci sono tanti modi per scoprire e assaporare l’amara tazzina. Uno è quello del kopi luwak, furetto indonesiano, che mangia bacche e defeca miscela. Racconta Esposito: «La bevanda ottenuta per infusione delle feci del furetto è pregiatissima. Una società americana ha addirittura sintetizzato il processo di digestione di questo mustelide caffeinomane e vende il prodotto ad oltre 250 dollari al chilo. Sempre meno, comunque, dei 550 euro al chilo che è la quotazione di quello naturale». Tra le architetture nobili di piazza San Carlo c´è spazio anche per i ritratti di alcuni di questi curiosi animaletti: si tratta di tre esemplari acquistati al mercato di Yoyakarta e lasciati liberi in una piantagione di caffè, paradiso goloso dei kopi luwak. Portano i nomi dei loro liberatori: Vittorio, Federico e Andrea.
E poi, forme e colori esotici, odore di caffè, nella fermezza elegante della piazza. Ad esempio, le immagini di distinti yemeniti che sorbiscono qishr, delicato infuso con cardamomo, zenzero e cannella in cui il sapore del caffè è quello delle bucce essiccate, utilizzate invece dei grani che sono venduti all´estero. E ancora la colorata e rumorosa festa del raccolto di Gamelan, ritratta con le forme di xilofoni, percussioni e oggetti strani e l’ipnotico vortice del dervisci sufi, i quali assumevano intense dosi di caffè concentrato per favorire la trance e ruotare. Anche questo è un modo di mescolare lo zucchero. (Cavallito e Lamacchia)