La musa verde tra leggenda e verità
Caro lettore, se questo articolo dovesse sembrarti più lirico dei solito, se ti richiamasse alla mente le immagini e l’eleganza della poesia di Baudelaire o di Verlaine; se ti dovesse sembrare vagamente decadente o ti ricordasse la fulminante alterigia di Oscar Wilde; se ti pare che vi sia un tocco di follia o di perversione mescolata, ad esempio, al buon gusto di Toulouse-Lautrec e alla passionalità di van Gogh; se dovesse suscitare in te tutte queste sensazioni, o soltanto alcune, permettimi di attribuirle a ciò a cui va il merito: alla fata verde, alla dea verde, alla musa verde, alla strega azzurrina, alla regina dei veleni. L’assenzio.
Perché questo articolo è stato concepito sotto l’influenza di un liquore d’erbe dal colore verdastro che negli Stati Uniti è stato dichiarato illegale per più di 95 anni. E non soltanto lì, dato che quando questo mini-proibizionismo ha avuto inizio, nel 1912, tutta l’Europa era in allarme.
Nel 1905, uno svizzero sterminò la famiglia dopo aver bevuto l’assenzio, cosa che determinò la messa al bando dei liquore nel Paese dove era nato. I francesi pensarono che rischiavano di perdere la Prima guerra mondiale contro i tedeschi, forti bevitori di birra, a causa dell’influenza dissoluta dell’assenzio, perciò fu vietato anche lì.
Ma di recente questo liquore dal sapore di anice è ritornato ad essere accettato. Nel 1994, ad Auvers-sur-Oise, fuori Parigi, è stato inaugurato un museo dedicato all’assenzio. Grazie alla limitata disponibilità e alla reputazione esotica, la bevanda ha ispirato una sorta di venerazione. Allettava con la promessa di una coscienza visionaria, tanto minuziosamente celebrata da un secolo di artisti e di scrittori.
Oggi l’assenzio è stato reintegrato un po’ ovunque. L’Unione Europea ha gradualmente abolito molti divieti e quest’anno, negli Stati Uniti, sono state importate legalmente due marche di liquore d’assenzio, prodotto secondo una ricetta tradizionale.
Una delle ragioni per le quali gli ostacoli legali sono caduti è che, come diceva nel 2006 The New Yorker, il thujone, una sostanza chimica che si trova nell’assenzio e che un tempo si credeva fosse la causa del fascino e anche della pericolosità di questa bevanda, non è presente in quantità rilevanti nelle analisi della bevanda tradizionale.
Perciò queste riproduzioni, anche se contengono assenzio, non pongono problemi legali. E le dichiarazioni allarmate sul liquore d’assenzio, che iniziarono a circolare già all’inizio della Belle Epoque, si sono dimostrate prive di fondamento.
A prescindere dagli effetti che derivano da un uso smodato di assenzio, fin dall’inizio non fu mai considerato una bevanda qualunque.
L’assenzio occupa un posto speciale nella storia della cultura moderna.
In onore della “musa verde”, sono stati scritti interi poemi e perfino alcuni scrittori del XIX secolo, come Alfred de Musset, se ne inebriarono. All’Académie de France, dove stava lavorando ad un dizionario, si diceva che consumasse liquore d’assenzio “troppo spesso”.
Toulouse-Lautrec era talmente devoto a questa bevanda che possedeva una speciale canna di bambù nella quale era nascosto un bicchiere. E’ probabile che l’abbia fatta apprezzare anche a van Gogh, che si abbandonò al consumo di assenzio. Oltre a bere il liquore, lo dipinse e una volta ne lanciò un bicchiere a Gaugain. Manet e Degas dipinsero dei bevitori di assenzio, e lo stesso fece Picasso. Edvard Munch ne beveva molto e Strindberg lo usò per alimentare la sua follia. Verlaine si sentiva schiavo di quella che chiamava “la bevanda verde e terribile”.
Assaggiandolo oggi, risuonano ancora gli antichi ricordi della vita bohemien. Ma la storia ci dice che la lucidità che l’assenzio dovrebbe provocare non è sempre rassicurante. Come non provare una vertigine inquietante sorseggiando questo liquore che una volta faceva riempire i caffé parigini, anche se quella vertigine, che un tempo ispirò l’allusiva poesia francese, oggi ispira soltanto articoli per i giornali? (E. Rothstein)