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Ferran Adrià, l’addio alla cucina

adrianewyorktimes.jpgFerran Adrià, 45 anni, uno dei cuochi più celebri, è alla vigilia di un passo clamoroso: l’addio alla cucina. Ancora un anno e il celebrato (e discusso) chef di Barcellona lascerà il lavoro e il mitico ristorante «El Bulli» di Cala Montjoy (Roses). Dove non c’è più un posto disponibile fino all’annunciata chiusura, nonostante il conto non sia mai inferiore ai 200 euro a persona. «Mi sento stanco - ha spiegato al quotidiano El Correo - lascerò El Bulli a fine 2008 per dedicarmi ad altre cose, ad attività che non mi prendano troppo tempo, come un paio di giorni a New York o a Tokyo per partecipare alla presentazione di un prodotto».
«Perché ritornare?»
Il «cocinero» che ha inventato la gastronomia concettuale, rivoluzionando la tecnica dei fornelli prima con il sifone poi con la pacojet, è appena tornato da una vacanza nei Caraibi. «Ho passato due settimane senza fare assolutamente niente, senza pensare a nulla - racconta - e mi sono chiesto: perché ritornare? Per fare che cosa?». Lo chef ha già battuto tutte le strade. Figlio di uno stuccatore, smise di studiare economia per provare la via gastronomica prima in ristorantini e bar di tapas poi come aiutante cuoco a El Bulli, divenuto trendy grazie alla sinistra, al caviale del compianto scrittore Manuel Vázquez Montalbán. È rimasto l’Adrià di sempre, alla mano nonostante la fama. «Professionalmente posso essere importante - dice - ma non dimentico mai che vengo dal popolo, che sono uno come gli altri. Poi i miei amici e la mia famiglia mi fanno tenere i piedi per terra, sono sinceri e impediscono che diventi un presuntuoso idiota».
L’ultimo menu
Definito il Dalí dei fornelli - per Time uno dei cento uomini più importanti nel mondo nel 2004 - lo chef che ha destrutturato persino i cocktail, aperto una catena di hamburgheserie («Fast Good»), insegnato alla schiera degli adulatori come fare da mangiare in dieci minuti (e persino farsi una tortilla usando un sacchetto di patatine fritte), sta inventando il suo ultimo menu che - nel ristorante aperto solo da aprile a ottobre - cambia ogni anno. La leccornia più recente, un delirio di sapori, è il «trucciolo di pancetta iberica virtuale con capsula d’olio d’oliva e consommé di pomodoro». Però Adrià non nasconde l’antico amore per il Sol Levante. «Quest’anno la Guida Michelin ha attribuito 191 stelle a Tokyo, il doppio di Parigi. La capitale del Giappone ha 160 mila ristoranti: è quella la città gastronomica più importante».
Il futuro
Il testamento intellettuale del maestro spagnolo? «Del mio lavoro rimarrà una generazione di cuochi che hanno trasformato il cibo in esperienza, provocazione, emozione». Ma che cosa farà dal 2009? «Starò di più con la famiglia, sarò più egoista, baderò di più a me stesso. Il mio amico Vincente Todolí, da cinque anni direttore della galleria Tate Modern a Londra, mi ha presentato il pittore Richard Hamilton: è l’unica persona al mondo che vive d’arte pur senza vendere un quadro da vent’anni. Il mio sogno è quello: essere libero». (G.A. Orighi)

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