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Quasi un giallo l’invenzione del tiramisù

tiramisu.jpgChissà che un giorno ristoratori e pasticceri di Treviso non debbano ringraziare Carminantonio Jannaccone, pasticcere a Baltimora e cameriere in mezza Italia, con passaggio a Treviso, prima di emigrare negli States. L’intervista al Washington Post, in cui si è proclamato inventore del «tiramisù», ha fatto insorgere città e critici gastronomici, maestri del gusto e cultori della trevigianità. Al punto che, sbollita la sorpresa, e digerito lo sconcerto, la città sta organizzando la risposta: il brevetto del dolce più consumato al mondo.
«Come per il radicchio, è tempo di registrare il marchio del tiramisù in Camera di Commercio», attacca Gianni Garatti, titolare del ristorante Fogher. Idea lanciata più volte e mai realizzata in passato. Garatti è parte in causa, nella diatriba sulle origini del dolce: la madre Speranza Bon, 84 anni, è riconosciuta come creatrice della coppa imperiale. Correvano gli anni ’50, al Camin (di fronte al Fogher): il suo preparato aveva gli ingredienti del tiramisù ed era servito in coppa.
«Era la metà degli anni ’50 o giù di lì, mia madre aprì il Camin nel lontano 1954 - spiega - era in visita a Treviso una regina, e mia madre preparò per l’occasione questa coppa. La facciamo ancor oggi così, non abbiamo cambiato nulla negli ingredienti da oltre mezzo secolo, né nel nome: è ancora la coppa imperiale. Certo, i Campeol, alle Beccherie, hanno dato poi al dolce il nome vincente, facendolo trionfare nel mondo».
Ma la letteratura gastronomica e i maestri della cucina trevigiana non assecondano la ricostruzione di Garatti. E incoronano le Beccherie, difendendo la trevigianità della leccornia dalla ricostruzione «americana» di Jannaccone. Bepo Zoppelli, accademico della Cucina Italiana e delegato trevigiano, è categorico: «Il tiramisù è trevigiano, hanno ragione i Campeol, sono stati loro a crearlo, moltissimi anni fa - spiega - è vero che forse le radici affondano nel lontano Medioevo, su ispirazione di una zuppa inglese, e che quel dolce girò diverse zone d’Italia, fra cui la Toscana. Ma sulla trevigianità non ci sono dubbi. Che poi girino altre ipotesi sulla sua nascita è vero, ma la paternità delle Beccherie è storia, consacrata dai maestri della cultura veneta».
Sulla stessa linea Annibale Toffolo, direttore di Taste Vin e allievo di Maffioli: «Macchè Jannaccone, hanno ragione le Beccherie, lo diceva sempre Maffioli - dichiara - l’innovazione, rispetto al tradizionale uso dello zabaione, è l’innesto dei savoiardi e del caffè con il mascarpone. La coppa imperiale di mamma Garatti? E’ un’altra cosa, non si possono accomunare».
Ma basta uscire dall’Accademia per avere altre e più popolarissime versioni sulla nascita del dolce. Anche piccanti. Arturo Filippini, patron del Toulà e allievo di Alfredo Beltrame, porta indietro le lancette del tempo, e fa uscire il primo tiramisù nientemeno che da un bordello. «Nacque in casin, garantito - spiega ridendo - da una signora di facili costumi che oggi chiameremmo un’avvenente maîtresse. Me lo raccontavano Alfredo, Comisso, anche Boccazzi: era in piena Cae de Oro, a due passi da Duomo e San Nicolò. Quando i ragazzi scendevano un po’ provati, lei preparava questo dolce e diceva “desso ve tiro su mi, tosatei. Parliamo degli anni 30 e 40’, eh…»
E’ dunque un altro esempio di piatto dei poveri - il quartiere della Cae de Oro era la zona più degradata entro le mura, ma anche cuore pulsante di vita - che diventa un must internazionale, come già avvenuto per pasta e fagioli e radicchio? L’ipotesi è affascinante, non ce ne vogliamo Alba Campeolo e Speranza Garatti.
Ma uno dei testimoni della vecchia Treviso, Gianni Turchetto, spiazza tutti, con un’altra versione. «Tutto accadde all’hotel Baglioni (l’albergo sorgeva all’angolo fra l’attuale corso del Popolo e via Diaz, fu bombardato nel 1944), era cuoco un fratello di mia madre, lo zio Tita, cioè Giovanni Battista Piasentin - racconta - aveva il figlio Giuseppe ad aiutarlo per un banchetto nuziale, che doveva concludersi una bella zuppa inglese. Ma Giuseppe bruciò il pan di spagna e non avendo tempo decise di inzuppare con del buon caffè ristretto tutto il pan di spagna poi ricoperto da mascarpone e spolverata di cacao amaro in polvere. Gli ospiti ne chiesero ancora…» Piasentin - guarda caso - nacque in Cae de Oro.
Ma allora, le Beccherie? «Mia zia Adelia, sorella del Giulio del bar Aquarium, vive a Treviso dal 1936, e ha sempre detto che l’ideatore del tiramesù è stato Campeol delle Beccherie….».
Vox populi e ortodossia, leggenda e crismi ufficiali montano come l’uovo sbattuto. Un giallo più giallo del mascarpone. (Tribuna di Treviso)

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