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Il viaggio di Ulisse

ulisse1.jpgUlisse viaggia per ritornare. Viaggiando divide gli abitanti del mondo in base a categorie stabilite dagli dei. Diventa simbolo dell’aspirazione all’infinito, e del percorso morale dell’Io. Eroe coloniale, è anche figura delle aspirazioni imperiali di Alessandro Magno e di Roma. Ritorna a Itaca: un luogo per cui ora sono state avanzate nuove, sorprendenti, proposte di identificazione. Ulisse: immortalità e fama Perché viaggia Ulisse? Per ritornare. In Omero Calipso vuole renderlo “immortale e immune da vecchiaia per sempre” (Odissea 5. 136): eppure Ulisse rinuncia per tornare a Itaca e morire. Paradossalmente, l’Ulisse omerico, che rifiuta l’immortalità, diventa il simbolo della ricerca dell’infinito, della ribellione ai limiti umani. L’unica immortalità di Ulisse è la sua fama, di cui egli è ben consapevole. La lettura moderna del mito di Ulisse è una lettura simbolica, e una ricreazione del mito attraverso nuovi testi. Ma esistevano varie letture simboliche antiche, affascinanti e dimenticate. Racconti credibili? Come dice Strabone (Geografia, 1.10-11) “Omero fu il primo geografo”. È vero però che omise alcuni dettagli del mondo, e ne inserì alcuni “di natura mitica” in un “discorso storico e didattico”.
Curiosamente, Ulisse parla più volte dei suoi viaggi: ne parla ai Feaci, raccontando di aver incontrato mostri terribili e maghe affascinanti. Dice persino di aver visitato la terra dei morti. È incredibile come l’eroe della menzogna sia stato creduto proprio quando racconta i fatti più inverosimili.
D’altra parte Ulisse racconta di viaggi e avventure per mare anche a Itaca, quando sbarca in incognito: anche in questi racconti falsi Ulisse assedia Troia, viaggia nel mediterraneo, e incontra pericolosi nemici. Ma i nemici sono molto più realistici: mercanti di schiavi, compagni avidi, principi di Creta, contadini egiziani (cfr. Odissea 14.182-359, 17.415-444; 19.165-202). Nessun mostro viene incontro a Ulisse. Più mente, più verosimili devono essere le sue menzogne. Ospitalità selvagge. Perché Ulisse non arriva subito a Itaca? Quando arriva in una località, Ulisse si chiede se gli abitanti “sono ospitali e temono gli dèi” (Odissea 6.121, 8.576, 9.176, 13.202). E, in effetti, le popolazioni incontrate da Ulisse si dividono in due gruppi; ma, per opposte ragioni, violano le regole sociali dell’ospitalità.
Come spiega Menelao, “l’ospite bisogna trattarlo bene quando c’è, lasciarlo partire quando ha fretta” (Odissea, 14.74, tr. F. Ferrari). Polifemo, i Lestrigoni e Scilla offrono il contrario dell’accoglienza agli stranieri, quell’accoglienza tutelata dalle norme di Zeus: uccidono e mangiano i loro ‘ospiti’. D’altro canto i Lotofagi, Circe, le Sirene e Calipso vorrebbero far rimanere Ulisse (e, finché ci sono, i loro compagni), facendo loro “dimenticare il ritorno”: una ospitalità eccessiva e, alla fine, distruttiva.
I Feaci civilizzati. Il pubblico di Omero rimane incerto a lungo sui Feaci: a quale gruppo appartengono? Certo sono un popolo che abita una terra rigogliosa, prospero per i doni degli dei. Ma la loro ricchezza, e la bellezza della loro principessa Nausicaa, non tratterà Ulisse. Questo schema antropologico dell’ospitalità struttura la narrazione di Omero, che alterna in maniera regolare mostri ‘aggressivi’ e persone eccessivamente ‘ospitali’.
Il viaggio dell’anima. Il viaggio di Ulisse serve al pubblico, dunque: serve a distinguere gli abitanti del mondo in base alle polarità del civilizzato e dell’incivile, del selvaggio e del troppo ‘civilizzato’. Orazio ci offre una lettura che molti hanno respinto come “allegorica”. Orazio però interpreta il tema antropologico e narrativo dell’esperienza del mondo come tema psicologico: l’esperienza del pubblico, ormai pubblico di lettori solitari, più che di nobili riuniti a corte o cittadini in assemblea.
Orazio ha appena riletto Omero, e, scrivendo a Massimo Lollio, giovane studente di retorica, così gli spiega il senso dell’Odissea. Omero – dice – per mostrare quanto valgano la virtù e la saggezza [virtus et … sapientia] ci mise davanti agli occhi come utile modello Ulisse:
Tu sai dei canti delle Sirene e dei boccali di Circe;
se egli, sciocco e avido, li avesse bevuti insieme ai suoi compagni
sarebbe vissuto, senza cervello e senza dignità, sotto una padrona prostituta;
avrebbe vissuto la vita di un cane immondo, o di una scrofa amica del fango.
Noi siamo numero, uomini nati come ‘mangiatori di grano’;
noi siamo i fannulloni pretendenti di Penelope, la gioventù di Alcinoo
occupata più del giusto a curare la scorza del nostro corpo:
per loro era motivo di gloria dormire fino a metà giorno.
(Orazio, Epistole, 1.2.17-26)
Ulisse evita di trattenersi troppo dalle Sirene e da Circe, mantenendo così la sua dignità e la sua intelligenza. “Noi” invece, noi lettori ‘moderni’ come Orazio siamo troppo civilizzati, troppo dediti al lusso e alla cura del sé: siamo noi coloro che tentano Ulisse, e dobbiamo prendere esempio da lui per cambiare noi stessi.
Per Orazio, Omero parla “del bene e del male” addirittura “meglio” dei filosofi e, soprattutto, “in maniera più chiara” (vv. 3-4). È una lettura che molti hanno praticato.
Ulisse e Alessandro. Per i moderni Ulisse è il modello dell’eroe che esplora il mondo, che si spinge a conoscere. Anche Cicerone sottolinea che le Sirene rappresentano “la conoscenza”: Ulisse non avrebbe rischiato la vita per delle semplici “canzonette”. Ulisse in realtà non sceglie di navigare, ma, esplorando, pensa a possibili conquiste.
Ulisse guarda l’isola delle capre, davanti a quella del Ciclope, con l’occhio del colonizzatore: un buon porto, animali selvatici, una terra fertile, adatta all’aratro (Odissea 9. 116-139).
Alessandro realizza le potenzialità coloniali e conquistatrici implicite nel mito di Ulisse. Anche lui vede città, popoli e mostri. Il suo viaggio di guerra costituirà un modello inesauribile per tessere nuove trame di viaggi, narrare di popoli lontani e di portenti, descritti nei moltissimi Romanzi di Alessandro, antichi e medievali, in latino, in greco, in molte lingue europee medievali e moderne.
L’ansia di conoscere: Ulisse e Alessandro. In Dante, Ulisse spiega di voler perseguire “virtù e canoscenza” (o “conoscenza”, come vuole la recente edizione critica di F. Sanguineti). Si tratta proprio della virtus et .. sapientia che Orazio vede come caratteristiche di Ulisse.
Ai bramini indiani che gli chiedono perché combatte, Alessandro risponde (nel Romanzo di Alessandro scritto in greco attorno al III sec. d. C.):
Anche io desidero smettere di combattere, ma il sovrano della mia mente non me lo permette. Se infatti tutti avessimo la stessa idea, il mondo sarebbe selvaggio: il mare non sarebbe navigato, la terra non sarebbe coltivata, i matrimoni non verrebbero celebrati, non nascerebbero figli. (Romanzo di Alessandro, versione b, 3.17)
L’aggressività guerresca di Alessandro è una estensione della volontà di conoscere il mondo, di renderlo meno “selvaggio”.
Il limite del mondo. Egli esplora il limite estremo del mondo: l’aldilà. Anche il suo affrontare il limite fa da modello ad Alessandro. Alessandro però riceve un monito a fermarsi. Un “uccello simile a una colomba” gli parla: Alessandro, smetti per il futuro di contrapporti agli dei; ritorna alle tue dimore, e non ti affannare a percorrere le strade celesti (Romanzo di Alessandro, versione b, 3.17)
Il dilemma di Alessandro davanti ai confini del mondo: questo era un tema per esercitazioni retoriche a Roma (Seneca Padre, Suasorie 1.1). I retori romani fanno dire ad Alessandro: “ho vinto ciò che conoscevo; ora desidero ciò che ignoro”.
Ma i romani stessi descrivono l’ansia dei conquistatori ai confini del mondo: Germanico naviga il mare del nord “dopo aver lasciato dietro di sé il giorno e il sole”, e “passano attraverso tenebre proibite, fino ai confini delle cose, alle spiagge ultime del mondo”, temendo “mostri immensi, nascosti sotto onde pigre”. Così narra un poeta romano del I sec. d. C., Albinovano Pedone, citato da Seneca. I romani replicano le gesta di Alessandro con il loro impero, ma si trovano di fronte agli stessi limiti. L’eroe protocoloniale Ulisse serve da modello per un imperialismo aggressivo, ma segnato dall’angoscia (forse solo retorica) di superare i limiti imposti dalla natura.
Itaca. Verso dove ritorna Ulisse? Nell’antichità classica e romana non c’erano dubbi: a Itaca. Non è solo questione delle credenze degli antichi. In una grotta della baia di Polis, nella parte ovest di Itaca, gli archeologi moderni hanno ritrovato tredici tripodi di bronzo, risalenti al IX-VIII secolo: quasi un secolo prima che Omero componesse la sua Odissea (in base alle stime ora più diffuse). Questo ritrovamento, come vedremo, getta una luce sorprendente sull’Odissea.
Ulisse e i regali di Alcinoo. Omero racconta che Alcinoo, il re dei Feaci, invita i principi del suo regno a preparare dei doni per Ulisse, prima di riaccompagnarlo in patria. La cosa stupefacente è che ci sono tredici persone a fare doni: “dodici principi insigni fra il popolo esercitano il potere, e io [Alcinoo] sono il tredicesimo” (Odissea 8. 390-391, tr. F. Ferrari). Omero però non parla di tripodi, deludendoci.
La suspense richiede una lunga attesa. Passano quattro libri, in cui Ulisse narra le sue avventure. Solo allora Alcinoo invita i principi a dare anche “un tripode grande e un lebète [catino; grande recipiente per cuocere o per lavare] a testa”. Omero sapeva dei tredici tripodi; per questo ci ha tenuti in sospeso, e ha aggiunto il dettaglio cruciale proprio quando avevamo perso speranze.
Itaca: la grotta delle ninfe. Ulisse arriva a Itaca sulla nave dei Feaci. Dorme. I Feaci lo lasciano sulla spiaggia, ancora addormentato. Svegliatosi, conta i doni dei Feaci: tripodi e i catini e le vesti e l’oro. Ma i Feaci lo hanno lasciato proprio nell’”antro ameno, ombroso, sacro alle Ninfe che hanno nome di Naiadi” (Odisseo 13. 104-105 tr. F. Ferrari). Proprio dove sono stati trovati i tredici tripodi dagli archeologi moderni.
Molte sono le interpretazioni possibili dell’antro delle ninfe (come sottolinea Porfirio), e dei suoi prodigiosi ritrovamenti. Forse Omero sapeva di un culto delle Ninfe a Itaca, e voleva dare un’origine mitica ai riti praticati. Ma (cosa più probabile) già prima di ‘Omero’ gli abitanti dell’isola dedicavano dei tripodi alle ninfe per rievocare l’arrivo dell’eroe, fondatore del culto.
Dov’è Itaca? Ce lo dice Ulisse stesso, nell’Odissea (9. 21-26):
….A Itaca c’è un monte, il Nérito: spicca da lontano, e le foglie dei suoi alberi stormiscono. Attorno stanno molte isole, una vicino all’altra:
Dulìchio, Same, e Zacinto ricca di boschi.
Itaca però è bassa, collocata per ultima nel mare in direzione dell’oscurità; le altre stanno a parte, verso il sole e l’aurora.
C’è un problema, notato già dagli antichi. L’isola chiamata Itaca non è né “bassa” né più “ad occidente” rispetto alle isole “vicine”. Inoltre: quale delle isole ioniche è Dulichio? Quale è Same? Itaca ritrovata? Guardiamo una cartina. Secondo Strabone (10. 2) Itaca e Zacinto corrispondono alle attuali Itaca e Zante; Same corrisponderebbe a Cefalonia. Itaca sarebbe in realtà ad est di Same/Cefalonia, l’isola più a occidente del gruppo. Robert Bittlestone, un uomo d’affari britannico, andò in vacanza a Cefalonia alcuni anni fa. Egli notò che la parte occidentale dell’isola è costituita da una lunga striscia di terra, collegata a Cefalonia da un piccolo istmo. Strabone ci attesta che tale istmo era sommerso dal mare in età antica.
La parte occidentale di Cefalonia era originariamente separata: era questa l’Itaca di cui parla Ulisse. La forte attività sismica della regione (l’ultimo terremoto devastante è del 1953) avrebbe rimodellato la zona, chiudendo il canale.
L’ipotesi è sembrata attendibile a filologi (J. Diggle) ed esperti di stratigrafia (J. Underhill; cfr. http://www.odysseus-unbound.org). Ne discenderebbe che Omero preservava memoria di una diversa Itaca nel libro nono dell’Odissea.
Ma Omero conoscerebbe anche la grotta delle ninfe e dei suoi tripodi sulla Itaca ‘classica’: un testo complesso, che riprenderebbe tradizioni geografiche e dati cultuali di origine diverse. Le città greche si contendevano il privilegio di aver dato i natali ad Omero. A quanto sembra, la stessa competizione riguarderebbe anche l’isola che ha dato i natali al suo personaggio più famoso e inafferrabile: Ulisse.
(Luigi Battezzato è Docente di Letteratura greca presso l’Università del Piemonte Orientale di Vercelli)

8 Commenti fino adesso, aggiungi il tuo.

1 Il 16 Marzo 2008 alle 7:06 pm caccola ha scritto:

questa pagina mi fa schifo

2 Il 18 Marzo 2008 alle 1:20 pm Giulia ha scritto:

Questo articolo è interessante, esaustivo e di facile lettura. Niente di più eroico per che ha finalità didattiche. Complimenti all’autore, e a quei lettori impazienti di cui sopra, ai quali consiglio la consultazione di recente pubblicazione dal titolo ” Il metodo antistronzi” dell’americano Robert Sutton.

3 Il 1 Aprile 2008 alle 3:53 pm benny ha scritto:

l’articolo è interessante, vero. Ma avrei apprezzato ancora di più se ci fosse stato scritto qualche commento più dettagliato sull’ antro delle ninfe.Simbologia, significato profondo del luogo inteso come anima.credo sia questo ciò che nasconde l’antro, un’allegoria che vorrei spiegasse se è daccordo..ps:il primo commento è da ignoranti

4 Il 14 Aprile 2008 alle 10:57 am Samanta ha scritto:

Quest’articolo non l’ho neanche letto.ki mi può dare la risposta a queste domande?:
1.Perchè il viaggio di Ulisse Omerico ha un esito fallimentare e perchè quello di Dante ha un esito positivo?
2.Quali sentimenti prova Dante per il personaggio di Ulisse?
3.Stima ammirazione,diffidenza,disprezzo,…?

5 Il 30 Aprile 2008 alle 2:30 pm Clodilde ha scritto:

e merda

6 Il 17 Giugno 2008 alle 4:06 pm vanessa ha scritto:

l’Odissea è forse la piu bella tra tutte le opere della storia…πολιτροπος

7 Il 23 Settembre 2008 alle 11:48 am fede ha scritto:

questo sarebbe il contenuto dell’Odissea,giusto? risp subito

8 Il 23 Settembre 2008 alle 10:11 pm fm ha scritto:

Il contenuto dell’Odissea è facile da leggere come una storia narrata dal libro omonimo. Quelle che legge piu’ sopra sono ipotesi, commenti, perplessita’ sollevate dal libro da piu’ autori, che s’interrogano sul significato, sui luoghi, su significati che spesso stanno “dietro” alla storia raccontata.

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