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Thomas Keller sogna un fast food

Keller.jpg Dopo avere vinto più volte l’Oscar della gastronomia per i suoi inavvicinabili ristoranti di New York e di Los Angeles, uno star-chef sogna la cucina a quattro stelle per tutti: Thomas Keller, il genio culinario dietro The French Laundry della Napa Valley e il suo avamposto newyorchese Per Se, sta per aprire una hamburgheria. ”E’ qualcosa che ho sempre voluto fare”, ha rivelato lo stesso Keller la cui fama si basa su piatti di straordinaria complicazione e presentazione teatrale, preparati a base di fois gras, tartufi neri, ostriche e caviale (e il conto alla fine ne risente: da Per Se il menu a prezzo fisso è da 125 dollari a persona escluso vino, tasse, mancia).
Il primo passo è stato in marzo l’apertura di Bouchon Bakery, una panineria nel Time Warner Building. Il secondo sarà, tra sei mesi, il debutto di Burger and Bottles, a pochi passi da The French Laundry: ”Sarà la mia versione di In-N- Out, una popolare catena di hamburger della West Coast”, ha spiegato lo chef al Los Angeles Times: ”Sono un americano. Sono cresciuto mangiando fast food. E ora che invecchio gli hamburger mi piacciono ancora, ma quando li mangio, li voglio davvero buoni”.
Kristine Keefer , una addetta stampa che per anni ha lavorato con Keller, ha confermato la filosofia: ”Il suo primo amore, quando non cucina o non viaggia, è il fast food”.
Possibile? Nell’America che annega nell’obesità indotta dalle french fries ipercaloriche di McDonald’s o dal pollo fritto di Kentucky Fried Chicken, a prima vista il fast food a tre stelle sembra una assurdità, un po’ come mettere il mitico chef Paul Bocuse in una pubblicita’ dei Big Mac (accadde anni fa in Francia, e Bocuse fece causa). In realtà è un trend gastronomico testimoniato da una serie di iniziative che non si limitano all’ hamburger-maddalenina proustiana di Keller, per cui la polpetta con patatine fritte è un ritorno all’infanzia.

Un mese fa il critico gastronomico del New York Times Frank Bruni ha dedicato un servizio di due pagine a una sua altrettanto nostalgica odissea gastronomica di nove giorni e 15 Stati nell’America del grande fast food regionale.
A Manhattan intanto uno chef rivale di Keller, Danny Meyer, ha aperto su Madison Square uno Shake Shack, stand gastronomico che serve hamburger, hot dog, patatine fritte, gelato, innaffiati da birra e vino al posto, o accanto, le consuete Coca Cola e Pepsi.
La fila per arrivare al banco è chilometrica: leggenda metropolitana vuole che un banchiere di Wall Street abbia pagato mille dollari a un dipendente del locale per avere la consegna a domicilio.

Non è del resto inconsueto, in un panorama della ristorazione che sempre di più somiglia alla moda come meccanismi di mercato, che gli chef si diversifichino su vari livelli. I re dei cuochi si sono trasformati in griffe i cui prodotti vengono forniti con una scansione di qualita’ e di costi, e a volte, come accade per gli occhiali o i jeans, addirittura su licenza.

Ed ecco dunque che chi non può permettersi la raffinata cucina a tre stelle di Jean Georges nel grattacielo Trump di Columbus Circle, può pasteggiare con la versione a due di Nougatine, firmata dallo stesso star-chef Jean George Vongerichten. Mentre Meyer, che ha aperto l’indiano-fusion Tabla su Madison Square, promette un menù simile, ma piu’ a buon mercato (e senza l’incubo della prenotazione) ai clienti dell’adiacente Bread Bar.

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