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	<title>Commenti a: Nuovo intervento a Los Angeles firmato Gehry</title>
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	<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 16:39:32 +0000</pubDate>
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		<title>Di: vilma torselli</title>
		<link>http://www.ogigia.com/2006/05/28/nuovo-intervento-a-los-angeles-firmato-gehry/comment-page-1/#comment-137</link>
		<dc:creator>vilma torselli</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Aug 2006 19:01:38 +0000</pubDate>
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		<description>Un procedimento che la cultura visiva moderna ha desunto dall'avanguardismo del '900 e che va sotto il nome di decontestualizzazione &#232; per Gehry pratica corrente, intesa letteralmente come 'estrazione dal proprio contesto', da quella fitta rete di relazioni che collegano ogni prodotto dell'uomo alle svariate forme dell'attivit&#224; culturale, civile e sociale del momento storico in cui vive, decontestualizzazione come affermazione dell'autonomia del prodotto considerato in s&#233;, slegato da condizionamenti e da significati aprioristici e perci&#242; reso universale, decontestualizzazione degli ordini storici e riassemblaggio secondo una logica che risponde a esigenze creative non codificate n&#233; codificabili, con l'intento di porre il fruitore nelle condizioni di valutare la realt&#224; secondo un nuovo punto di vista, inducendolo a guardare il solito mondo con nuovi occhi.

" [.] concordo con il concetto di decontestualizzazione. Per decontestualizzare si &#232; costretti a operare una repressione; il processo di decontestualizzazione &#232; costante e bisogna continuamente cercare le complessit&#224; imprigionate dai tentativi di codificare, semplificare, spiegare. Penso che dovremmo tendere a rendere le cose meno comprensibili [...]", intervistato da Alessandro d'Onofrio, cos&#236; dichiara, riferendosi a Marcel Duchamp, Peter Eisenman, che pratica la decontestualizzazione intricandola con il contributo concettualista della sua matrice ebraica: ma se per lui ed altri architetti della corrente concettuale-decostruttivista il risultato attinge esiti squisitamente intellettualistici, mistici o surreali o metafisici - si pensi a Rem Koolhaas , a Daniel Libeskind, a Bernard Tschumi - per Gehry decontestualizzazione vuol dire soprattutto ironia, divertimento, voglia di stupire, uno spiazzante gioco di prestigio, la boutade di un astuto architetto-bambino che non perde mai di vista l'effetto scenico ed il clamore mediatico - un documentario sulla sua vita &#232; stato affidato all'obiettivo nientemeno che di Sydney Pollack, come si conviene ad una vera star - seppure anche per lui decontestualizzazione significhi, in primis, destabilizzazione percettiva, ricerca di assoluto ed affermazione di libert&#224; mentale.
D'altra parte, se Duchamp, il padre del '900 avanguardista, espone un orinatoio, decontestualizzandolo e chiamandolo "Fountain", Gehry potr&#224; pure chiamare le sue mega-sculture, altrettanto decontestualizzate, 'museo' o 'concert hall', revisionando di colpo le basi storiche e strutturali della cultura di tutto l'Occidente e rivelando, novello messia, un nuovo verbo, il suo! 
La riconoscibilit&#224; e la tipicit&#224; del linguaggio espressivo sono, ovviamente, un punto di forza, e non una penalizzazione, &#232; ci&#242; che costituisce lo 'stile' di un artista o di chiunque operi nel campo visivo, tuttavia la sottrazione del linguaggio alla riconoscibilit&#224; di un codice noto o comunque rintracciabile - perch&#233; i codici esistono, anche se non sempre ne siamo consapevoli, altrimenti, senza un codice e la sua relativa decodificazione, non esisterebbe la comunicazione - l'uso di un linguaggio 'privato' che non cerca relazioni di continuit&#224; con il passato, la ricerca di "una intensit&#224; della forma che va al di la della funzione per diventare una presenza, un oggetto", una concezione oggettuale ed eminentemente scultorea dell'architettura, frutto di una liberatoria gestualit&#224; 'espressionista', tutti questi elementi fanno di Gehry l'architetto contemporaneo probabilmente pi&#249; frainteso, nel bene e nel male. 
Certamente con Gehry si &#232; stabilito un primato, quello dell'autore nei confronti dell'opera, o quello del soggetto creativo nei confronti dell'oggetto creato, ma poich&#233; ci&#242; che rester&#224; nel tempo non &#232; Gehry, ma la sua opera, si pone indubbiamente il problema della leggibilit&#224; e della trasmissibilit&#224; di un messaggio arbitrario e personale del quale probabilmente nessuno potr&#224;/sapr&#224; cogliere l'eredit&#224;.
Ci&#242; non importerebbe pi&#249; di tanto se non fosse che l'elaborazione di una 'scuola' &#232; quello che rende fertile ed utile alla collettivit&#224; - soggetto di importanza inderogabile quando si parla di una disciplina squisitamente sociale quale l'architettura - ogni discorso individuale che non voglia restare un fenomeno circoscritto, nel tempo e nello spazio, pi&#249; legato al costume che alla cultura.

Ma Gehry ha in pi&#249; occasioni dichiarato la sua opposizione al concetto di "schools", prendendo anche le distanze dalle (deboli) basi programmatiche del decostruttivismo poste nel pensiero filosofico di Jacques Derrida, rivendicando l'unicit&#224; e l'indipendenza del prodotto architettonico artisticamente inteso, frutto di una gestualit&#224; soggettiva e libera, una sorta di totem plasmato dalla mano anzich&#233; dalla matita, hic et nunc, unico ed irripetibile.
Curiosamente, &#232; invece la critica che, quasi malgrado lui, gli costruisce una sorta di background di cui pare egli stesso inconsapevole:" Zevi parla di Gehry quale "[] punto d'arrivo della ricerca iniziata da William Morris, articolata da Le Corbusier e Mendelsohn, esaltata dal genio di F.Ll.Wright", cos&#236; scrive Paolo Ferrara ("Frank O. Gehry, il presente del passato, il futuro del presente", Antithesi, 2001), anzi, aggiunge, "Gehry &#232; di pi&#249; " perch&#233; "Gehry sa che nel 1599 era nato Francesco Borromini e che, nella sua scia, erano arrivati Horta, Gaud&#236;, Sullivan, Aalto e soprattutto Wright", per non parlare delle sue relazioni con il futurismo italiano, del quale prosegue e conclude la ricerca dinamica, tanto che " Il sogno di Boccioni, si tramuta in realt&#224; attraverso Gehry" (Antonino Saggio, "FranK Owen Gehry. Luna meccanica", Arch'it, 2000).
Nello stesso scritto l'autore formula l'osservazione forse pi&#249; paradigmatica del modo operativo di Gehry quando afferma: "L'idea di Boccioni &#232; una scultura architettonizzata, Gerhy fa invece una architettura scultorizzata".

In un articolo che pare la versione ironica e divertente di questo assunto, Tom Munnecke, scrittore, docente, responsabile della Science Applications International Corporation (SAIC) in San Diego e dello Stanford Digital Visions Program, dopo una visita alla Case Western Riserve University scrive: "I suppose that this is an interesting building, but it felt like an ice cube to me" titolando "As an Architect, Frank Gehry would make a good sculptor" - e forse, con un po' di cattiveria, si potrebbe aggiungere che come scultore &#232; un bravo architetto - .
L'impatto con l'edificio, per Munnecke, &#232; quasi comico:"[..] Entering the building, however, was somewhat of a shock. Squeezing through a slanted gap between the metal and the brick, I thought I might be coming in through a loading dock. I pushed my way in, as if I had to fight the building to enter. Once in, I was met with confusing mishmash of elements, consisting of a door to a conference room, a side hallway, and a desk which looked like a ticket taker in a movie theater. Confirming that I was indeed in the right place, I went to the conference room, which gave me the opportunity to watch other building novices go through the same experience. [..]"
Si deve ammettere che non si capisce perch&#232; debba essere bene, almeno secondo gli estimatori di Gehry, che l'accesso ad un edificio pubblico sia traumatico ([] I pushed my way in, as if I had to fight the building to enter []) e non invece banalmente e razionalmente evidente e semplice, in grado di facilitare nel modo pi&#249; immediato l'orientamento di chi entra ed ignora che, cos&#236; facendo, questo estroso enfant terribile dell'architettura non vuole confondergli le idee, ma che egli, 'semplicemente', " [.] cattura tenacemente lo spazio e lo centrifuga per dargli forza di presenza, per poi ricacciarlo fuori [.]"("Frank O. Gehry, il presente del passato, il futuro del presente", Antithesi, 2001).


Per tornare a MARTa, Giulio Romano ("Ventiquattrore magazine", 3 giugno 2006) lo descrive cos&#236; : "[.] La costruzione &#232; grande come uno stadio. Vista dall'alto, ricorda un fiore stilizzato o un'enorme brioche [.]": ora, non c'&#232; (forse?) niente di male che un Modern Art Museum sembri una brioche , importante sarebbe che tutti capissero, possibilmente senza mediazione alcuna, che quella di Gehry &#232; "l'architettura dell'antiperfezione e dell'antiaccademia", per questo pu&#242; somigliare provocatoriamente ed impunemente ad una brioche o ad un cubetto di ghiaccio, non si tratta di un caso, di una caduta di stile o del gioco sadico di un creativo scherzoso. 

Queste riflessioni sono, evidentemente, il pretesto per mettere in risalto una sostanziale divisione del mondo, globalmente inteso come abitato da geni, stupidi, artisti, architetti, ragionieri, metalmeccanici e casalinghe di Voghera, in due distinti blocchi: da una parte una minoranza di colti addetti ai lavori, critici, studiosi, esperti che decretano "voi non sapete perch&#233; n&#233; potrete mai capirlo, ma questa architettura &#232; un capolavoro", dall'altra parte una maggioranza di incompetenti, sprovveduti e disinformati che dichiarano "questa architettura sar&#224; pure un capolavoro, ma noi non sappiamo perch&#233; n&#233; riusciremo mai a capirlo", ed il risvolto tragicomico della faccenda &#232; che sono questi ultimi, la gente comune che va ai musei, ai concerti, negli uffici, nelle universit&#224;, i destinatari finali dei prodotti di Gehry e di quanti altri geni spesso incompresi, o compresi solo dalla suddetta minoranza, progettano oggi per l'umanit&#224;.

Che magari si chiede se l'imperatore veste davvero l'abito sfarzoso ammirato dalla corte, o se &#232; nudo, e nessuno osa dirglielo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un procedimento che la cultura visiva moderna ha desunto dall&#8217;avanguardismo del &#8216;900 e che va sotto il nome di decontestualizzazione &egrave; per Gehry pratica corrente, intesa letteralmente come &#8216;estrazione dal proprio contesto&#8217;, da quella fitta rete di relazioni che collegano ogni prodotto dell&#8217;uomo alle svariate forme dell&#8217;attivit&agrave; culturale, civile e sociale del momento storico in cui vive, decontestualizzazione come affermazione dell&#8217;autonomia del prodotto considerato in s&eacute;, slegato da condizionamenti e da significati aprioristici e perci&ograve; reso universale, decontestualizzazione degli ordini storici e riassemblaggio secondo una logica che risponde a esigenze creative non codificate n&eacute; codificabili, con l&#8217;intento di porre il fruitore nelle condizioni di valutare la realt&agrave; secondo un nuovo punto di vista, inducendolo a guardare il solito mondo con nuovi occhi.</p>
<p>&#8221; [.] concordo con il concetto di decontestualizzazione. Per decontestualizzare si &egrave; costretti a operare una repressione; il processo di decontestualizzazione &egrave; costante e bisogna continuamente cercare le complessit&agrave; imprigionate dai tentativi di codificare, semplificare, spiegare. Penso che dovremmo tendere a rendere le cose meno comprensibili [...]&#8220;, intervistato da Alessandro d&#8217;Onofrio, cos&igrave; dichiara, riferendosi a Marcel Duchamp, Peter Eisenman, che pratica la decontestualizzazione intricandola con il contributo concettualista della sua matrice ebraica: ma se per lui ed altri architetti della corrente concettuale-decostruttivista il risultato attinge esiti squisitamente intellettualistici, mistici o surreali o metafisici - si pensi a Rem Koolhaas , a Daniel Libeskind, a Bernard Tschumi - per Gehry decontestualizzazione vuol dire soprattutto ironia, divertimento, voglia di stupire, uno spiazzante gioco di prestigio, la boutade di un astuto architetto-bambino che non perde mai di vista l&#8217;effetto scenico ed il clamore mediatico - un documentario sulla sua vita &egrave; stato affidato all&#8217;obiettivo nientemeno che di Sydney Pollack, come si conviene ad una vera star - seppure anche per lui decontestualizzazione significhi, in primis, destabilizzazione percettiva, ricerca di assoluto ed affermazione di libert&agrave; mentale.<br />
D&#8217;altra parte, se Duchamp, il padre del &#8216;900 avanguardista, espone un orinatoio, decontestualizzandolo e chiamandolo &#8220;Fountain&#8221;, Gehry potr&agrave; pure chiamare le sue mega-sculture, altrettanto decontestualizzate, &#8216;museo&#8217; o &#8216;concert hall&#8217;, revisionando di colpo le basi storiche e strutturali della cultura di tutto l&#8217;Occidente e rivelando, novello messia, un nuovo verbo, il suo!<br />
La riconoscibilit&agrave; e la tipicit&agrave; del linguaggio espressivo sono, ovviamente, un punto di forza, e non una penalizzazione, &egrave; ci&ograve; che costituisce lo &#8217;stile&#8217; di un artista o di chiunque operi nel campo visivo, tuttavia la sottrazione del linguaggio alla riconoscibilit&agrave; di un codice noto o comunque rintracciabile - perch&eacute; i codici esistono, anche se non sempre ne siamo consapevoli, altrimenti, senza un codice e la sua relativa decodificazione, non esisterebbe la comunicazione - l&#8217;uso di un linguaggio &#8216;privato&#8217; che non cerca relazioni di continuit&agrave; con il passato, la ricerca di &#8220;una intensit&agrave; della forma che va al di la della funzione per diventare una presenza, un oggetto&#8221;, una concezione oggettuale ed eminentemente scultorea dell&#8217;architettura, frutto di una liberatoria gestualit&agrave; &#8216;espressionista&#8217;, tutti questi elementi fanno di Gehry l&#8217;architetto contemporaneo probabilmente pi&ugrave; frainteso, nel bene e nel male.<br />
Certamente con Gehry si &egrave; stabilito un primato, quello dell&#8217;autore nei confronti dell&#8217;opera, o quello del soggetto creativo nei confronti dell&#8217;oggetto creato, ma poich&eacute; ci&ograve; che rester&agrave; nel tempo non &egrave; Gehry, ma la sua opera, si pone indubbiamente il problema della leggibilit&agrave; e della trasmissibilit&agrave; di un messaggio arbitrario e personale del quale probabilmente nessuno potr&agrave;/sapr&agrave; cogliere l&#8217;eredit&agrave;.<br />
Ci&ograve; non importerebbe pi&ugrave; di tanto se non fosse che l&#8217;elaborazione di una &#8217;scuola&#8217; &egrave; quello che rende fertile ed utile alla collettivit&agrave; - soggetto di importanza inderogabile quando si parla di una disciplina squisitamente sociale quale l&#8217;architettura - ogni discorso individuale che non voglia restare un fenomeno circoscritto, nel tempo e nello spazio, pi&ugrave; legato al costume che alla cultura.</p>
<p>Ma Gehry ha in pi&ugrave; occasioni dichiarato la sua opposizione al concetto di &#8220;schools&#8221;, prendendo anche le distanze dalle (deboli) basi programmatiche del decostruttivismo poste nel pensiero filosofico di Jacques Derrida, rivendicando l&#8217;unicit&agrave; e l&#8217;indipendenza del prodotto architettonico artisticamente inteso, frutto di una gestualit&agrave; soggettiva e libera, una sorta di totem plasmato dalla mano anzich&eacute; dalla matita, hic et nunc, unico ed irripetibile.<br />
Curiosamente, &egrave; invece la critica che, quasi malgrado lui, gli costruisce una sorta di background di cui pare egli stesso inconsapevole:&#8221; Zevi parla di Gehry quale &#8220;[] punto d&#8217;arrivo della ricerca iniziata da William Morris, articolata da Le Corbusier e Mendelsohn, esaltata dal genio di F.Ll.Wright&#8221;, cos&igrave; scrive Paolo Ferrara (&#8221;Frank O. Gehry, il presente del passato, il futuro del presente&#8221;, Antithesi, 2001), anzi, aggiunge, &#8220;Gehry &egrave; di pi&ugrave; &#8221; perch&eacute; &#8220;Gehry sa che nel 1599 era nato Francesco Borromini e che, nella sua scia, erano arrivati Horta, Gaud&igrave;, Sullivan, Aalto e soprattutto Wright&#8221;, per non parlare delle sue relazioni con il futurismo italiano, del quale prosegue e conclude la ricerca dinamica, tanto che &#8221; Il sogno di Boccioni, si tramuta in realt&agrave; attraverso Gehry&#8221; (Antonino Saggio, &#8220;FranK Owen Gehry. Luna meccanica&#8221;, Arch&#8217;it, 2000).<br />
Nello stesso scritto l&#8217;autore formula l&#8217;osservazione forse pi&ugrave; paradigmatica del modo operativo di Gehry quando afferma: &#8220;L&#8217;idea di Boccioni &egrave; una scultura architettonizzata, Gerhy fa invece una architettura scultorizzata&#8221;.</p>
<p>In un articolo che pare la versione ironica e divertente di questo assunto, Tom Munnecke, scrittore, docente, responsabile della Science Applications International Corporation (SAIC) in San Diego e dello Stanford Digital Visions Program, dopo una visita alla Case Western Riserve University scrive: &#8220;I suppose that this is an interesting building, but it felt like an ice cube to me&#8221; titolando &#8220;As an Architect, Frank Gehry would make a good sculptor&#8221; - e forse, con un po&#8217; di cattiveria, si potrebbe aggiungere che come scultore &egrave; un bravo architetto - .<br />
L&#8217;impatto con l&#8217;edificio, per Munnecke, &egrave; quasi comico:&#8221;[..] Entering the building, however, was somewhat of a shock. Squeezing through a slanted gap between the metal and the brick, I thought I might be coming in through a loading dock. I pushed my way in, as if I had to fight the building to enter. Once in, I was met with confusing mishmash of elements, consisting of a door to a conference room, a side hallway, and a desk which looked like a ticket taker in a movie theater. Confirming that I was indeed in the right place, I went to the conference room, which gave me the opportunity to watch other building novices go through the same experience. [..]&#8221;<br />
Si deve ammettere che non si capisce perch&egrave; debba essere bene, almeno secondo gli estimatori di Gehry, che l&#8217;accesso ad un edificio pubblico sia traumatico ([] I pushed my way in, as if I had to fight the building to enter []) e non invece banalmente e razionalmente evidente e semplice, in grado di facilitare nel modo pi&ugrave; immediato l&#8217;orientamento di chi entra ed ignora che, cos&igrave; facendo, questo estroso enfant terribile dell&#8217;architettura non vuole confondergli le idee, ma che egli, &#8217;semplicemente&#8217;, &#8221; [.] cattura tenacemente lo spazio e lo centrifuga per dargli forza di presenza, per poi ricacciarlo fuori [.]&#8220;(&#8221;Frank O. Gehry, il presente del passato, il futuro del presente&#8221;, Antithesi, 2001).</p>
<p>Per tornare a MARTa, Giulio Romano (&#8221;Ventiquattrore magazine&#8221;, 3 giugno 2006) lo descrive cos&igrave; : &#8220;[.] La costruzione &egrave; grande come uno stadio. Vista dall&#8217;alto, ricorda un fiore stilizzato o un&#8217;enorme brioche [.]&#8220;: ora, non c&#8217;&egrave; (forse?) niente di male che un Modern Art Museum sembri una brioche , importante sarebbe che tutti capissero, possibilmente senza mediazione alcuna, che quella di Gehry &egrave; &#8220;l&#8217;architettura dell&#8217;antiperfezione e dell&#8217;antiaccademia&#8221;, per questo pu&ograve; somigliare provocatoriamente ed impunemente ad una brioche o ad un cubetto di ghiaccio, non si tratta di un caso, di una caduta di stile o del gioco sadico di un creativo scherzoso. </p>
<p>Queste riflessioni sono, evidentemente, il pretesto per mettere in risalto una sostanziale divisione del mondo, globalmente inteso come abitato da geni, stupidi, artisti, architetti, ragionieri, metalmeccanici e casalinghe di Voghera, in due distinti blocchi: da una parte una minoranza di colti addetti ai lavori, critici, studiosi, esperti che decretano &#8220;voi non sapete perch&eacute; n&eacute; potrete mai capirlo, ma questa architettura &egrave; un capolavoro&#8221;, dall&#8217;altra parte una maggioranza di incompetenti, sprovveduti e disinformati che dichiarano &#8220;questa architettura sar&agrave; pure un capolavoro, ma noi non sappiamo perch&eacute; n&eacute; riusciremo mai a capirlo&#8221;, ed il risvolto tragicomico della faccenda &egrave; che sono questi ultimi, la gente comune che va ai musei, ai concerti, negli uffici, nelle universit&agrave;, i destinatari finali dei prodotti di Gehry e di quanti altri geni spesso incompresi, o compresi solo dalla suddetta minoranza, progettano oggi per l&#8217;umanit&agrave;.</p>
<p>Che magari si chiede se l&#8217;imperatore veste davvero l&#8217;abito sfarzoso ammirato dalla corte, o se &egrave; nudo, e nessuno osa dirglielo.</p>
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