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Nuovo intervento a Los Angeles firmato Gehry

gehry.jpgPer lui è una nuova sfida. Per la città è un’altra rivoluzione. Tre anni dopo l’inaugurazione del Disney Hall Center, il teatro dell’Opera locale, Frank Gehry si prepara a lasciare un altro segno nel cuore di Los Angeles. L’architetto canadese, che a L.A. vive da tempo, ha disegnato due grattacieli di vetro a forma di L. Le due torri, alte 47 e 24 piani, sorgeranno proprio di fronte al teatro cittadino, lungo quella Grand Avenue su cui, poco lontano, si affaccia anche la cattedrale Our Lady of the Angels, dello spagnolo Rafael Moneo. Le torri di Gehry, che sorgeranno in mezzo a un parco di oltre 60 mila metri quadrati, rappresentano la prima di tre fasi messe a punto dall’amministrazione comunale per valorizzare e rivitalizzare il centro di Los Angeles, una sorta di Manhattan sulla West Coast, che in orari non lavorativi diventa un deserto. Nei due grattacieli, che dovrebbero essere completati nel 2009, per un investimento di circa 750 milioni di dollari, troveranno posto 500 appartamenti: l’edificio più alto avrà anche un hotel di 275 camere, tre piscine, una spa e un centro fitness.

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1 Il 22 Agosto 2006 alle 9:01 pm vilma torselli ha scritto:

Un procedimento che la cultura visiva moderna ha desunto dall’avanguardismo del ‘900 e che va sotto il nome di decontestualizzazione è per Gehry pratica corrente, intesa letteralmente come ‘estrazione dal proprio contesto’, da quella fitta rete di relazioni che collegano ogni prodotto dell’uomo alle svariate forme dell’attività culturale, civile e sociale del momento storico in cui vive, decontestualizzazione come affermazione dell’autonomia del prodotto considerato in sé, slegato da condizionamenti e da significati aprioristici e perciò reso universale, decontestualizzazione degli ordini storici e riassemblaggio secondo una logica che risponde a esigenze creative non codificate né codificabili, con l’intento di porre il fruitore nelle condizioni di valutare la realtà secondo un nuovo punto di vista, inducendolo a guardare il solito mondo con nuovi occhi.

” [….] concordo con il concetto di decontestualizzazione. Per decontestualizzare si è costretti a operare una repressione; il processo di decontestualizzazione è costante e bisogna continuamente cercare le complessità imprigionate dai tentativi di codificare, semplificare, spiegare. Penso che dovremmo tendere a rendere le cose meno comprensibili […...]“, intervistato da Alessandro d’Onofrio, così dichiara, riferendosi a Marcel Duchamp, Peter Eisenman, che pratica la decontestualizzazione intricandola con il contributo concettualista della sua matrice ebraica: ma se per lui ed altri architetti della corrente concettuale-decostruttivista il risultato attinge esiti squisitamente intellettualistici, mistici o surreali o metafisici - si pensi a Rem Koolhaas , a Daniel Libeskind, a Bernard Tschumi - per Gehry decontestualizzazione vuol dire soprattutto ironia, divertimento, voglia di stupire, uno spiazzante gioco di prestigio, la boutade di un astuto architetto-bambino che non perde mai di vista l’effetto scenico ed il clamore mediatico - un documentario sulla sua vita è stato affidato all’obiettivo nientemeno che di Sydney Pollack, come si conviene ad una vera star - seppure anche per lui decontestualizzazione significhi, in primis, destabilizzazione percettiva, ricerca di assoluto ed affermazione di libertà mentale.
D’altra parte, se Duchamp, il padre del ‘900 avanguardista, espone un orinatoio, decontestualizzandolo e chiamandolo “Fountain”, Gehry potrà pure chiamare le sue mega-sculture, altrettanto decontestualizzate, ‘museo’ o ‘concert hall’, revisionando di colpo le basi storiche e strutturali della cultura di tutto l’Occidente e rivelando, novello messia, un nuovo verbo, il suo!
La riconoscibilità e la tipicità del linguaggio espressivo sono, ovviamente, un punto di forza, e non una penalizzazione, è ciò che costituisce lo ’stile’ di un artista o di chiunque operi nel campo visivo, tuttavia la sottrazione del linguaggio alla riconoscibilità di un codice noto o comunque rintracciabile - perché i codici esistono, anche se non sempre ne siamo consapevoli, altrimenti, senza un codice e la sua relativa decodificazione, non esisterebbe la comunicazione - l’uso di un linguaggio ‘privato’ che non cerca relazioni di continuità con il passato, la ricerca di “una intensità della forma che va al di la della funzione per diventare una presenza, un oggetto”, una concezione oggettuale ed eminentemente scultorea dell’architettura, frutto di una liberatoria gestualità ‘espressionista’, tutti questi elementi fanno di Gehry l’architetto contemporaneo probabilmente più frainteso, nel bene e nel male.
Certamente con Gehry si è stabilito un primato, quello dell’autore nei confronti dell’opera, o quello del soggetto creativo nei confronti dell’oggetto creato, ma poiché ciò che resterà nel tempo non è Gehry, ma la sua opera, si pone indubbiamente il problema della leggibilità e della trasmissibilità di un messaggio arbitrario e personale del quale probabilmente nessuno potrà/saprà cogliere l’eredità.
Ciò non importerebbe più di tanto se non fosse che l’elaborazione di una ’scuola’ è quello che rende fertile ed utile alla collettività - soggetto di importanza inderogabile quando si parla di una disciplina squisitamente sociale quale l’architettura - ogni discorso individuale che non voglia restare un fenomeno circoscritto, nel tempo e nello spazio, più legato al costume che alla cultura.

Ma Gehry ha in più occasioni dichiarato la sua opposizione al concetto di “schools”, prendendo anche le distanze dalle (deboli) basi programmatiche del decostruttivismo poste nel pensiero filosofico di Jacques Derrida, rivendicando l’unicità e l’indipendenza del prodotto architettonico artisticamente inteso, frutto di una gestualità soggettiva e libera, una sorta di totem plasmato dalla mano anziché dalla matita, hic et nunc, unico ed irripetibile.
Curiosamente, è invece la critica che, quasi malgrado lui, gli costruisce una sorta di background di cui pare egli stesso inconsapevole:” Zevi parla di Gehry quale “[…] punto d’arrivo della ricerca iniziata da William Morris, articolata da Le Corbusier e Mendelsohn, esaltata dal genio di F.Ll.Wright”, così scrive Paolo Ferrara (”Frank O. Gehry, il presente del passato, il futuro del presente”, Antithesi, 2001), anzi, aggiunge, “Gehry è di più ” perché “Gehry sa che nel 1599 era nato Francesco Borromini e che, nella sua scia, erano arrivati Horta, Gaudì, Sullivan, Aalto e soprattutto Wright”, per non parlare delle sue relazioni con il futurismo italiano, del quale prosegue e conclude la ricerca dinamica, tanto che ” Il sogno di Boccioni, si tramuta in realtà attraverso Gehry” (Antonino Saggio, “FranK Owen Gehry. Luna meccanica”, Arch’it, 2000).
Nello stesso scritto l’autore formula l’osservazione forse più paradigmatica del modo operativo di Gehry quando afferma: “L’idea di Boccioni è una scultura architettonizzata, Gerhy fa invece una architettura scultorizzata”.

In un articolo che pare la versione ironica e divertente di questo assunto, Tom Munnecke, scrittore, docente, responsabile della Science Applications International Corporation (SAIC) in San Diego e dello Stanford Digital Visions Program, dopo una visita alla Case Western Riserve University scrive: “I suppose that this is an interesting building, but it felt like an ice cube to me” titolando “As an Architect, Frank Gehry would make a good sculptor” - e forse, con un po’ di cattiveria, si potrebbe aggiungere che come scultore è un bravo architetto - .
L’impatto con l’edificio, per Munnecke, è quasi comico:”[…..] Entering the building, however, was somewhat of a shock. Squeezing through a slanted gap between the metal and the brick, I thought I might be coming in through a loading dock. I pushed my way in, as if I had to fight the building to enter. Once in, I was met with confusing mishmash of elements, consisting of a door to a conference room, a side hallway, and a desk which looked like a ticket taker in a movie theater. Confirming that I was indeed in the right place, I went to the conference room, which gave me the opportunity to watch other building novices go through the same experience. […..]”
Si deve ammettere che non si capisce perchè debba essere bene, almeno secondo gli estimatori di Gehry, che l’accesso ad un edificio pubblico sia traumatico ([…] I pushed my way in, as if I had to fight the building to enter […]) e non invece banalmente e razionalmente evidente e semplice, in grado di facilitare nel modo più immediato l’orientamento di chi entra ed ignora che, così facendo, questo estroso enfant terribile dell’architettura non vuole confondergli le idee, ma che egli, ’semplicemente’, ” [….] cattura tenacemente lo spazio e lo centrifuga per dargli forza di presenza, per poi ricacciarlo fuori [….]“(”Frank O. Gehry, il presente del passato, il futuro del presente”, Antithesi, 2001).

Per tornare a MARTa, Giulio Romano (”Ventiquattrore magazine”, 3 giugno 2006) lo descrive così : “[….] La costruzione è grande come uno stadio. Vista dall’alto, ricorda un fiore stilizzato o un’enorme brioche [….]“: ora, non c’è (forse?) niente di male che un Modern Art Museum sembri una brioche , importante sarebbe che tutti capissero, possibilmente senza mediazione alcuna, che quella di Gehry è “l’architettura dell’antiperfezione e dell’antiaccademia”, per questo può somigliare provocatoriamente ed impunemente ad una brioche o ad un cubetto di ghiaccio, non si tratta di un caso, di una caduta di stile o del gioco sadico di un creativo scherzoso…….

Queste riflessioni sono, evidentemente, il pretesto per mettere in risalto una sostanziale divisione del mondo, globalmente inteso come abitato da geni, stupidi, artisti, architetti, ragionieri, metalmeccanici e casalinghe di Voghera, in due distinti blocchi: da una parte una minoranza di colti addetti ai lavori, critici, studiosi, esperti che decretano “voi non sapete perché né potrete mai capirlo, ma questa architettura è un capolavoro”, dall’altra parte una maggioranza di incompetenti, sprovveduti e disinformati che dichiarano “questa architettura sarà pure un capolavoro, ma noi non sappiamo perché né riusciremo mai a capirlo”, ed il risvolto tragicomico della faccenda è che sono questi ultimi, la gente comune che va ai musei, ai concerti, negli uffici, nelle università, i destinatari finali dei prodotti di Gehry e di quanti altri geni spesso incompresi, o compresi solo dalla suddetta minoranza, progettano oggi per l’umanità.

Che magari si chiede se l’imperatore veste davvero l’abito sfarzoso ammirato dalla corte, o se è nudo, e nessuno osa dirglielo.

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