Go to content Go to navigation Go to search

ogigia

La fine dell’oro nero

Vive sulla terra da 250 milioni di anni. Ma oggi lo storione è a un passo dall’estinzione. La caccia spietata dei clan mafiosi alle sue preziose uova ne ha decretato la condanna a morte.

C’era una volta un pesce grande e forte, con la carne bianca e la pelle argentea, che viveva cent’anni e a primavera risaliva i fiumi carico di uova nere, buonissime. Uova che sembravano perle preziose, e si potevano mangiare, salare e conservare. E curavano l’anemia e davano forza ai bambini.
Un giorno, non più lontanissimo, dovremo raccontare ai nostri figli la favola antica dello storione e del caviale, con i nomi fascinosi di pesci preistorici sopravvissuti ai dinosauri per vivere e riprodursi in acqua dolce e salata: belga, asetra, sevruga. E dovremo spiegare che non fu una tempesta di meteoriti a decretare la loro scomparsa, ma l’insulsa cupidigia dell’uomo che dalla natura, tra il XX e il XXI secolo, fece scempio. Quello che stiamo consumando in questi anni è l’ultimo banchetto. Un festino ai tempi della peste.
Mar Caspio. Il luogo della strage, il regno del caviale. Da qui proviene il 90 per cento del caviale consumato al mondo. Solo poco tempo fa, negli anni Ottanta, questo luogo sfornava oltre 25 mila tonnellate di marmellata nera all’anno. Oggi ne fornisce appena trecento. Eserciti di pescatori agli ordini di potenti clan mafiosi si contendono la grande caccia con le aziende autorizzate dei cinque stati che si affacciano sul Caspio: Russia, Kazakhstan, Azerbaigian, Turkmenistan e Iran. Il bottino è miliardario, paragonabile al raket della droga. Basti pensare che un chilo di caviale nel mercato internazionale può rendere fino a 5000 dollari (l’imperial asetra della migliore qualità). Ai tempi dell’URSS il commercio del caviale era sottoposto a vincoli e controlli severissimi; un bracconiere colto sul fatto rischiava almeno cinque anni di carcere. In alcuni casi, ritenuti particolarmente gravi, si poteva addirittura incorrere nella pena di morte, come accadde a Rudolf Astakov, nel 1984. Ma poi le cose cambiarono. Con il crollo dell’URSS, nel 1991, il Mar Caspio è divenuto zona franca. Da quando nel 1997 lo storione è stato dichiarato specie protetta, gli Stati produttori si sono assunti l’impegno di tutelarlo, assegnando ogni anno una quota fissa alla pesca “autorizzata”. Nel rispetto dei limiti stabiliti, i pescerecci ufficiali raccolgono lo storione e lo inviano alla lavorazione ancora vivo: da un lato il caviale viene estratto e immediatamente salato e pastorizzato, dall’altro la carne squisita del pesce viene affumicata a freddo e a caldo, spedita al mercato del fresco o conservata in altri modi. Ma allo stesso tempo, orde di pescatori di frodo senza scrupoli fanno razzia. Nell’aria del delta del Volga, una zona grande come la Svizzera, le autorità russe hanno recentemente confiscato 5000 navi da carico illegali con 80-100 uncini su ognuna. Hanno anche trovato 2000 reti da pesca per una lunghezza di 60 km nelle quali 70 tonnellate di storioni erano rimasti intrappolati. Nel solo 1998 la lunghezza delle reti utilizzate dai pescatori di frodo nel mare di Azov, un ramo del Mar Caspio, è stata valutata attorno ai 1500-2100 km. Oggi si calcola che il 50 per cento del caviale in vendita nel mercato mondiale, nonostante i controlli degli Stati importatori, sia stato pescato di frodo, come l’80 per cento del caviale in vendita sui mercati russi.
Lo storione, con il suo naso lungo e appuntito e gli scudetti ossei a forma di rombo, è arrivato fino a noi dalla preistoria, 250 milioni di anni fa. Vive mediamente un centinaio di anni e arriva alla maturità sessuale dopo i venti, il che rende difficile il reintegramento del patrimonio ittico con pesci dall’allevamento.
Per i prossimi 10 anni, bisognerebbe impedire la cattura delle giovani femmine di storione, pena l’estinzione della specie, questa la dichiarazione di Anatolij Vlasenko, direttore dell’Istituto ittico di Astrakan.
(Fiammetta Cucurnia per Repubblica)

Scrivi un commento